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dystopysch wien, cementi e fiandre

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Ancora una volta sono a Vienna, una piacevole cittadina contesa tra la nostalgia dei bei tempi andati, la brama del nuovo e gli appalti della finanza rampante. Il centro è tutto ad uso e consumo dei turisti e mano mano che ci si sposta verso l'esterno, l'edilizia dei primi del '900 si fonde con quella della ricostruzione post bellica e con i nuovi edifici delle grandi società. Qui ori e stucchi sono scomparsi, dimenticati a tutto vantaggio delle facciate autoportanti. Ma la suggestione delle linee pulite viene presto a noia; dopo una decina di scatti ecco la ricerca dell'altro e dell'altrove, del riflesso, delle nuvole nel vetro, e poi lo stravolgimento della perpendicolarità per generare una nuova dinamica, la ricerca del dettaglio per esaltare un nuovo punto di vista e dissacrare. Poi la sera, quando i riflessi scompaiono e rimango enormi volumi neri; è il momento di spiare dalla finestra i tetti e i comignoli che scontornano l'ultima luce del crepuscolo. Finestre accese, tende semi chiuse, cucine all'opera: tutto sussurra di una quotidiana intimità. Ancora una volta sono a Vienna, sono qui per capire e non so cosa. Tutto è fin troppo chiaro eppure... Here we are, direbbe lei, se solo potesse farlo. Resta comunque il principio: la mappa non è il territorio, il tovagliolo non è un merletto, nessuna alternativa: per quanto meravigliosa sia stata la sua fiandra.

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