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dystopisches wien, cementi, fiandre

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Ancora una volta sono a Vienna. Qualche mese fa ci venni per una sorpresa prima contestata e poi accolta, per poco non finì male. Ora sono qui per capire; continuo a non voler capire nonostante l'evidenza; non credo di averlo ancora fatto, almeno non completamente.

Vienna è una piacevole cittadina contesa tra la nostalgia dei bei tempi andati, la brama del nuovo e di appalti della finanza rampante. Il centro è tutto ad uso e consumo dei turisti: santo Stefano, san Carlo, i musei e le gallerie naturalmente tutte da vedere (una volta è sufficiente) come le case dell'Hundertwasserhaus. Appena sul limitare è imprescindibile visitare Schönbrunn (Schönbrunner Schloßstraße 47), il Belvedere (Prinz-Eugen-Straße 27) e il delizioso Botanischer Garten (l'ingresso ufficiale è in Rennweg 14, ma si entra dalla Mechelgasse).

Mano mano che ci si sposta verso l'esterno, l'edilizia dei primi del '900 si fonde con quella della ricostruzione post bellica e con i nuovi edifici delle grandi società. Qui ori e stucchi sono scomparsi, dimenticati a tutto vantaggio delle facciate autoportanti. Tutto questo nuovo crea una geometria edilizia fatta di piani, curve, scorci di cielo e soprattutto riflessi. Qui viene il bello. La suggestione delle linee pulite ci mette molto poco a venire a noia, dopo una decina di inquadrature tipo prospettiva a quadro verticale ecco la ricerca dell'altro e dell'altrove. La ricerca del riflesso, delle nuvole nel vetro, e poi lo stravolgimento della perpendicolarità per generare una nuova dinamica, la ricerca del dettaglio per esaltare un nuovo punto di vista e soprattutto per dissacrare la monoliticità.

Poi c'è la sera, quando i riflessi scompaiono e rimango enormi volumi neri; è il momento di spiare dalla finestra i tetti e i comignoli che scontornano l'ultima luce del crepuscolo. Finestre accese, tende semi chiuse, cucine all'opera: tutto sussurra di una quotidiana intimità.

Ancora una volta sono a Vienna. Cosa ci stia a fare non lo so proprio: la mia coscienza me lo aveva suggerito, mi aveva disegnato su un tovagliolo sporco il quadro della situazione, non preciso ma chiaro. L'irrealtà, la non percorribilità, l'evidenza di ben altri fini dall'altra parte. Era tutto fin troppo chiaro, tanto da non farmi credere a quel disegno unto di sugo.

Eppure... Here we are, direbbe lei, se solo avesse il coraggio di dirlo. Gli schemi generali sono e devono essere sempre oggetto di verifica, devono contemplare eccezioni e non conformità. Ma restano i loro riferimenti. Il tovagliolo serve a pulirsi la bocca, non può avere una ragionevole funzione altra o inversa. Ma è stato una fiandra meravigliosa.

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