
tre giorni /basso continuo
«Eccellenza, non voglio far perdere altro tempo alla Sua riverita persona, almeno non più di quanto ne abbia già speso finora acconsentendo a ricevermi. Le penose vicissitudini della mia famiglia, a Lei certamente ben note, mi hanno reso nel triste bisogno di muovere la Sua attenzione. Sto cercando qualcuno, una persona, e certamente Lei, nella Sua grazia e volontà, potrà aiutarmi: il suo nome è Moisè sacerdote, ebreo tenitor di un banco, anche noto in Ghetto, Cannaregio e Castello con il nome di Mustacchi.»
Non era stato facile arrivare fin lì, ricevuto in una delle stanze più riservate di una delle famiglie patrizie più antiche della città ma la mia famiglia godeva ancora di alcuni appoggi. Il nome Grimani non ne aveva bisogno, rimandava a dogi e senatori, senza voler dimenticare il ruolo cruciale che svolse dietro le quinte, anche al di fuori di incarichi ufficiali. Ma non avevo avuto molte altre scelte, questa era l'ultima carta che potevo giocare, io che avevo imparato ad girare al largo da qualsiasi tavolo da gioco, per salvare il poco che rimaneva di tutto ciò che mio padre aveva letteralmente liquefatto, giorno dopo giorno, negli ultimi vent'anni.
La figura barbuta di quel nobiluomo lagunare era seduta immobile dietro il grande tavolo spoglio, illuminata solo dalla finestra alla mia destra. Questo taglio di luce dava al viso una profondità accentuata dall'attenzione con cui mi guardava. Il volto serio, attento e grave, mi rammentava uno dei tanti ritratti presenti in ogni palazzo veneziano, quegli antenati dall'espressione seria e al contempo furba che esce dal buio, svelato da una luce impietosa che proviene da oltre la cornice.
«Signore, per il nome che portate e nel rispetto della dolorosa vostra perdita, è mia sollecitudine porre attenzione alla vostra richiesta. Nel merito conosciamo molto bene la persona da lei citata, non solo per suo costume e religione, bensì per le suppliche giunte alla Quarantia Criminal in merito all'illecito suo agire come sanser da pegni. Per tutto questo, sappia già con chi ha avuto a che fare vostro padre e con chi lei andrà ad aver affare. Di detto Moisè sacerdote, conosciuto anche col soprannome di Mustacchi, non solo in Ghetto, Cannaregio e Castello, bensì nell'intera Venezia fino a Malamocco, abbiamo un corposo fascicolo.»
«Volendo sorvolare sull'attenzione che la Repubblica ha già da tempo posto sul suo affare, a partire dal primo di aprile dello scorso anno ci sono giunte suppliche ripetute riguardo all'agire suo. Prima fra tutte quella di tal Zini Margherita in merito ad un pegno rivenduto prima del riscatto; poi del tal Porta Carlo per un reclamo sullo stato del pegno; ancora Zanardini Paolino Valerio prima e subito dopo il figlio Gabriele sempre per un pegno rivenduto prima del riscatto. Ometto ogni altra supplica inoltrata, per concludere informandola che la Criminal Quarantia decise proprio lo scorso anno di istruire un più ampio processo riguardo gli illeciti in frodi ed estorsioni perpetrati al danno di cristiani non solo dal suddetto Moisé, bensì anche da altri suoi degni compari d'affari e religione nei nomi di Conegliano Giacobbe di Aron, Bonagrazia Tonin, Corregio Giuseppe di Salvador e Usigli Marco di Abramo detto Maghetto. In merito al Moisè l'inchiesta si è conclusa con un processo a suo carico e seguente condanna per la quale ha già chiesto grazia. Ora, a far onore al rispetto per le leggi e gli usi giuridici della Dominante, sono in obbligo a chiederle conto del perché siate a ricercare quest'uomo.»
Non era ciò che era solo per nomea, i fatti sembravano dargli lo spessore che meritava e mi convincevo di essermi rivolto alla persona giusta. O forse ero solo costretto come naufrago che veda nel primo tavolaccio la migliore imbarcazione.
«Se me ne darà agio, potrò spiegarle tutto dal principio. Siete dunque a conoscenza delle vicissitudini provocate negli anni recenti dal mio defunto genitore, che Dio abbia in gloria l'anima sua. Dopo il salutare rigore proposto e mantenuto da mio nonno Bartolomeo, cinque anni appresso la sua morte la condotta di mio padre offrì campo ai rilievi di qualcuno che in sé non aveva titolo né spessore per rilevare. Eppure iniziarono a girare voci sempre più insistenti sulle discutibili frequentazioni paterne. La cosa non ebbe risonanza in famiglia se non prima di altri sei o sette anni, quando la sua vita palese fu irrimediabilmente resa come usa al gioco e alle dubbie compagnie. Mia madre Eleonora ebbe a soffrirne tanto che infine, appena prima che il nostro attuale doge Manin entrasse in Palazzo Ducale, dopo altri sette anni di diverbi sempre più disperati, decise di trasferirsi in convento per proteggere il suo onore dalle male lingue e dall'onta che la stava lambendo, lasciando al destino e alla provvidenza anche noi figli e tutto il resto.»
«In casa rimanemmo io e mia sorella Maria e quando iniziarono le visite dei creditori, dapprima cordiali infine rudi e volgari, avemmo segno e misura della situazione perché fino ad allora nessuno di quelli, dico nessuno, ebbe cuore di rivolgersi a nostro padre nella maniera degli ultimi. Cercammo anche noi di contenere quella deriva, per quanto possibile e per come potevamo, ma ben poco potemmo. Infine il lutto di qualche mese fa: ancora sono celebrate le messe di suffragio a Santa Maria Nova che noi dobbiamo già affrontare chi reclama il denaro prestato, sebbene nelle casse sia rimasto ben poco.»
«Per quanto riguarda il merito ed il ruolo di Moisè sacerdote, in uno dei cassetti di mio padre, tra le tante, ho trovato queste quattro ricevute di pegno per un totale di 326 zecchini che non è, nemmeno lontanamente, il valore degli oggetti dichiarati e trattenuti. Per questo sono alla ricerca di quest'uomo, per riscattare quanto in suo possesso rivalendomi dell'iniqua transazione, come previsto a nostra tutela, e tentare di risanare la situazione.»
Avevo poggiato sul tavolo le quattro ricevute scritte su carta infima, senza filigrana, macchiate di vino e unto e di chissà che altro ancora. Ciascuna riportava in una scrittura scomposta, tale da non rispettare i minimi criteri imposti dalla calligrafia, una formula quasi di rito nella quale si citava la somma richiesta, l'interesse mensile, sempre al cinque percento, e la descrizione minuziosa del pegno offerto. Il loro aspetto trasandato passava immediatamente in second'ordine quando appariva la firma di mio padre in calce. La prima risaliva al maggio 1787 e riportava 21 zecchini, la seconda del due settembre 1790 per 43 zecchini, la terza del tre aprile 1792 per 52 zecchini e infine quella del quattro dicembre 1794 per 210. Un crescendo inarrestabile di capitale ed interessi fino a poco prima della morte.
Nella silenziosa attesa dello studio si poteva quasi dire di non essere nel centro di Venezia. Nessun rumore proveniva dalle calli e dai rii attorno. Un odore di legno vecchio misto a polvere pervadeva la camera e contribuiva non poco alla nobiltà dell'ambiente. Grimani si mosse e l'unico rumore fu il cigolare del legno della sedia.
«Triste storia la vostra, signore, che muove a compassione per l'umana debolezza mostrata da vostro padre e rende a voi l'onore per lo strenuo tentativo di risollevare le sorti della casa e la sua memoria. Oltre agli incartamenti che vi ho già citato, al momento altro non posso dirvi, se non che avete la mia parola per un impegno. Cercherò di sapere dove è recluso l'ebreo furfante e se sarà possibile interrogarlo in merito. Per contro devo anche ricondurre le vostre speranze ad una realtà più verosimile: ogni proprietà del Moisè è stata a suo tempo requisita per saldare i debiti da lui contratti e qualsiasi altro avere dovesse essere scoperto sarebbe ricondotto alla medesima finalità. Comunque, rimanete in attesa di un mio riscontro che spero essere entro pochi giorni. Sono certo non sia necessario sottolineare il carattere riservato dell'informativa e della mia esposizione nell'interessamento. Comunque, abbiate fede.»
E con quella fede la frase era chiusa: in maniera nemmeno tanto implicita aveva richiesto un corrispettivo e al contempo posto tacitamente termine all'incontro. Se è vero che il commercio è stato da sempre la linfa veneziana, da qualche decennio era l'unica cosa rimasta. Si poteva commerciare tutto: un salvacondotto, una sentenza, il voto al Maggior Consiglio, tutto. L'evidenza, e non solo con Grimani, mi stava dimostrando che la linfa scorreva ancora, ma i muscoli si erano avvizziti già da tempo, togliendo al nostro corpo quell'energia collettiva che ci aveva glorificato da levante a ponente.
Salutai ossequioso il Grimani e uscii dallo studio senza aver risolto la domanda iniziale: "Dov'era finito quell'avanzo reietto di Moisè sacerdote?" Sapevo qualcosa in più: che era riservatamente inquisito da qualche anno, che aveva a collo molte suppliche di cittadini, che dopo il processo della Quarantia Criminal stava scontando una pena per cui aveva chiesto grazia di riduzione. Ma dove e ancora per quanto non ero riuscito a saperlo. Dovevo attendere, questione di tempo. Proprio quello che avevo di meno.
Chiusa che fu alle mie spalle la porta dello studio privato, mi ritrovai nella sala grande, fatta apposta per sollecitare il rispetto come l'intero palazzo, a partire dall'ingresso, bianco e defilato appena a mancina dopo il ponte di Santa Maria Formosa, sull'angolo del rio, lì dove nasce ruga Giuffa dritta tra due file strette di edifici. Esso apriva lo sguardo ad una corte luminosa e dalla parte opposta la riva d'acqua lasciava intravedere il canale con le barche silenziose, disturbato solo dal richiamo dei vogatori. La scala per il piano nobile, ampia e voltata con stucchi deliziosi, conduceva al corridoio ampio e luminoso aperto sulla corte colonnata. Le travi dipinte del soffitto facevano da contrappunto ad una delle collezioni d'arte più invidiate di tutta Europa. Statue originali o in copia riecheggiavano una classicità divina ed eroica, quasi un desiderio di ritornare, o meglio di far rinascere, una perduta età dell'oro. Tra le tante una copia del gruppo del Laocoonte, rinvenuto tra le macerie capitoline; una testa di Minerva, un guerriero ferito a morte e quadri, tanti: molti memoria della storia familiare, volti di antenati, scene che costruirono l'epopea Grimani e altri che facevano di quelle stanze il crogiolo della migliore e più significativa estetica cristiana degli ultimi duecentocinquanta anni.
Potevo andare alla ricerca di quei nomi riferiti da Grimani: Magherita Zini, Carlo Porta, i due Zanardini ma alla fine mi sono convinto che non avrebbe avuto molto senso, cosa potevo ottenere nel migliore dei casi? Un luogo? Un indirizzo? A poco sarebbe servito, quando in realtà avevo bisogno solo di trovare Mustacchi in tempi brevi.
Un attimo prima di uscire, con un cenno appena alla mia destra, un mezzo profilo nell'ombra attirò la mia attenzione: non disse nulla mentre mi porgeva un involto di velluto lungo più di un palmo; rientrò nel buio chiudendo la porta di servizio. Dovevo capirlo subito, il nobiluomo certe cose le lasciava alla servitù, giammai se ne sarebbe fatto carico personale. Un dono del Grimani dunque, ma di che tipo? Dal peso e dalla dimensione un'idea me l'ero fatta ma per una conferma avrei dovuto aprirlo e quello non era proprio il luogo appropriato; a Venezia non si è mai soli, completamente soli intendo. C'è sempre qualcuno affacciato in calle che saprà, e questo non potevo permettermelo, per questo lo riposi sotto la giacca.
Uscito dal portone, mi ritrovai quindi e nuovamente in ruga Giuffa, come dire dall'estasi al purgatorio. Quella calle prendeva il nome dai negozi armeni che un tempo la impegnavano e ora erano quasi tutti chiusi, il posto dei loro uffici era stato preso da mendicanti e zingari tutti questuanti i sempre più scarsi denari che giravano per la città. Non me la sentivo di rientrare a casa, volevo provare a muovermi io stesso per cercare soluzioni, volsi quindi i passi verso Cannaregio e di lì in Ghetto. Marcello –il domestico di fiducia di mio padre- mi aveva suggerito il nome di un tal Conegliano, titolare del banco Rosso in campo del Ghetto Novo, forse lo stesso citato da Grimani, che avrebbe potuto fornirmi indicazioni utili e discrete.
Oltre il ponte di Ruga Giuffa invece, il campo di Santa Maria Formosa tra marmi e laterizi era un tripudio di luce e sole come solo lì accade nelle giornate limpide. Tagliai a destra verso campo Santa Marina per il borgoloco. Dietro la chiesa dei Santi Apostoli, e prima di raggiungere quella dei Gesuiti, voltai a mancina per la Misericordia e seguii la fondamenta fin dietro i tre Ghetti. Ci sono stati tempi in cui andare in ghetto voleva dire affari, soldi, interessi, commercio, tempi in cui buona parte delle novità transitava attraverso i mercanti ebrei perché lì arrivavano i flussi da levante ma non erano più quei tempi e mi avvolsi nella discrezione del tabarro.
Poi, e il merito iniziale fu di papa Paolo IV più di due secoli fa, con alterni interventi dei successori, la popolazione ebraica fu costretta per decreto a vivere in zone circoscritte, potendo uscire solo di giorno, limitando i diritti civili –non erano nemmeno considerati cittadini a tutti gli effetti- e le attività professionali e commerciali. Questo generò effetti devastanti ribaltandosi su tutta l'economia, costringendo all'emigrazione i capitali e le competenze di mercanti e artigiani, senza contare gli abilissimi medici ebrei, formatisi anche sui testi arabi, ai quali era stato proibito di curare i cristiani. Paradossalmente i mercanti musulmani godevano di tutele maggiori e potevano scaricare le loro merci direttamente dal Canal Grande anche nei momenti di maggiore tensione se non di guerra dichiarata.
Passo dopo passo, nel tardo pomeriggio illuminato da una luce dorata dietro i tetti altissimi, arrivai alla porta del Ghetto mentre mi tornavano alla mente alcuni dettagli omessi nella storia che avevo raccontato al Grimani.
Figlio di un Non ucciso a Padova nel 1722, la famiglia di mio nonno, due anni dopo l'omicidio, mandò a Venezia il figlio dodicenne Giacomo presso un parente così da sperare di farlo entrare negli uffici governativi della Repubblica Serenissima. Poi il matrimonio, l'unico figlio, mio padre Giacomo, nel quale ripose flebili e vane speranze e infine la morte nel 1770 a soli cinquantotto anni. Nove anni prima i miei si era sposati con solennità ai Santi Apostoli, poi mio padre, simile all'ineluttabile lavorio della clessidra, andò avanti appellandosi al prestigio ed evocando il passato potere della nostra famiglia; eppure consumando, di pari passo, prima oculatamente e poi e con scellerata determinazione, ogni nostra risorsa economica e morale fino ai suoi ultimi giorni.
Ad onor del vero l'ultima cosa che posso dire è che non si sia goduto la vita, avendo speso tra feste, battute di caccia in laguna, cene, abiti, regali e cortigiane tutto ciò che rimaneva di un patrimonio accumulato in centottant'anni, lira dopo lira. A conti fatti si era goduto tutti i piaceri della vita sua oltre quelli potenziali di nostra madre, miei e di mia sorella. Di mia sorella c'è poco da dire se non che è sposata e madre, mentre della prima non parlo ché ad appena quarantasei anni, sei prima d'oggi, si era ritirata presso le suore agostiniane del convento di Sant'Anna, per evitare quel marito fedifrago e la vergogna che stava calando su tutti noi. La vedevamo una domenica al mese e nelle più importanti festività religiose, quando una messa era d'obbligo e guarda caso proprio nel suo convento. Lei era sempre più distante e nostro padre non c'era quasi mai, trattenuto di volta in volta da un affare, leggi cantante francese, un impegno, ovvero cortigiana veneziana, oppure quando dichiarava apertamente il suo fastidio. Le volte che preferivo.
Se in città si viveva nello splendore della Serenissima, respirando già inconsapevoli i primi miasmi della decadenza, in Ghetto gli effluvi erano ben altri e vari, passando dai rifiuti in rio agli odori delle botteghe fino ai profumi che provenivano da qualche cucina. Costretti ad una convivenza forzosa, ridotta in un'area ristretta, in edifici altissimi ampliati solo in altezza la popolazione israelita sopravviveva a se stessa in virtù della sua cultura e di una convinzione radicata in secoli di storia.
Giunsi al banco Rosso1Tra i molti banchi di pegno del ghetto di Venezia, nel campo del Gheto Novo c'erano i tre principali, chiamati verde, rosso e negro dal colore delle loro ricevute. nel campo del Ghetto Novo, le ricevute che avevo trovato non erano di quel colore ma era un buon punto di partenza. Con buona pace dei consigli di Grimani non potevo aspettare: da lì iniziavo la mia personale ricerca entrando sotto l'architrave in marmo con l'insegna dipinta. Il locale non era luminoso, sotto il soffitto in legno un bancone era posto di traverso nel fondo, dietro di esso il prestatore era intento ad una trattativa con una donna circa alcune lenzuola che parevano di buona fattura anche se non ricamate. L'occhio e il tocco esperto dell'uomo stavano valutando la merce e l'intera questione era trattata sottovoce, tanto che a pochi passi non potevo distinguere nulla se non i bisbigli. La parete di fondo era rivestita da una scaffalatura piena di cartelle di documenti a destra e varie scatole a sinistra. Nel centro una tenda copriva una porta. Il pavimento in terracotta era pulito e allo stesso tempo consumato dalle migliaia di passi veneziani. Alla mia sinistra una seggiola per le attese. Dopo qualche istante di silenzio la donna esitante fece segno di sì con la testa, l'uomo compilò un foglio con inchiostro rosso, lo siglò e ripose il pegno in una scatola alle sue spalle, porgendo la ricevuta e la somma convenuta. La donna non ringraziò e si girò uscendo frettolosamente, senza incrociare il mio sguardo. Lasciò dietro di sé un odore leggero e morbido di sapone. Mi feci avanti quando l'uomo ebbe a scrutarmi interrogativo.
«Buonasera. È lei il signor Conegliano? Sono stato indirizzato qui da Marcello Bonavoglia, circa la mia necessità di scambiare alcune parole con voi riguardo una persona.» Pensava ad un cliente, si trovava invece una domanda senza pegno e si fece diffidente.
«Buonasera signore, ditemi pure in cosa posso esservi utile, sempre ch'io possa.»
Non mi ero presentato, fornendo solo la referenza di una terza persona e questo lo rendeva cauto e certamente più riservato.
«Il mio nome è Giovanni di casa Non, avrei necessità di parlare con un tale Moisé sacerdote, forse lo conoscete con il nome di Mustacchi, per avere ragguagli su un affare in sospeso tra lui e mio padre. Marcello mi ha assicurato che voi siete la persona più adatta a cui chiedere e il vostro aiuto potrebbe rendere molto più agevole la soluzione.»
«Mustacchi dite... è qualche tempo che non lo vedo, nemmeno alla funzione di shabbat. Purtroppo non saprei come aiutarvi ma -signore- se lo ritenete opportuno, lasciatemi un messaggio nel caso io lo veda qui in ghetto.»
Iniziava il minuetto. Non mi aspettavo certo una risposta immediata, ma nemmeno un muro così alto. Nondimeno, di questi tempi ogni novità è sospetta e ogni domanda induce vaghezza, rendendo restìo anche il più fiducioso degli uomini. Non mi restava che ballare ascoltando la sua musica.
«Vi ringrazio per la vostra attenzione, ma la questione è cosa delicata e preferirei trattarla direttamente con lui, meglio se a quattr'occhi. Siate comunque certo della mia gratitudine per l'incombenza che vi chiedo.»
«Vi sono grato per la cortesia, signore, ma da molto tempo, e di questi tempi ancor più, la vita è divenuta ardua e spinosa e con maggior evidenza qui in ghetto per ogni figlio di Israele. Siamo costretti a commerciare in stracci, al massimo prestiamo a pegno. Le indicazioni del romano pontefice, che hanno lavorato per secoli cercando ogni mezzo per metterci nell'angolo, sono riuscite a obbligarci a svolgere solo alcuni, infimi lavori. In verità possiamo essere anche medici ma non per i cristiani, e alcuni di noi sono bravi, avendo studiato su altri testi dopo quelli greci, latini e dell'eccellentissima Scuola Salernitana. Presso alcuni ci siamo fatti, e non saprei come, fama di maghi, stregoni, usi al diabolico, ma solo perché spesso appare nero ciò che non si conosce e le nostre letture numeriche della scrittura incutono timore. Ma a parte questo, considerato che venite qui per nome di Marcello Buonavoglia, altro non saprei dirvi, mentre vorrei rassicurarvi di avere certezza che vedendo il Mustacchi sarà mia premura comunicargli la vostra bisogna.»
Attimo di sospensione, fine della musica e fine anche del ballo. Uscito nel crepuscolo del giorno e delle notizie, mi ritrovai nuovamente in campo senza aver saputo nulla e avendo ottenuto la solita risposta "aspettare". Per ostilità o riservatezza, il nome di Moisè sacerdote chiudeva invece di aprire. Se con un nome a garanzia avevo ottenuto questo nulla, era inutile andare a chiedere altrove e in conclusione, più di quanto sapevo non seppi.
Tutto questo avveniva per l'eredità di mio padre. Riguardo il suo modo di intendere la vita mi sono limitato a ricordare le cortigiane, per non scendere in altri vocaboli triviali, mentre lui non si pose mai questi problemi eleggendo a convitate delle sue riunioni alcune tra le donne più raffinate di Venezia alternandole con molte delle peggiori -e sia, ormai l'ho detto- puttane di calle. Riuscì ad avere la buona grazia di trapassare quattro mesi or sono, accompagnato dalla fanfara del mal francese, con buona pace sua, nostra e dell'istituto serenissimo del meretricio, ma tutto questo lo dico sottovoce perché in realtà dovrei parlare da buon figlio affranto.
Chi invece non rimase sottovoce furono i creditori che si riversarono in casa nostra il giorno dopo il funerale. E come dar loro torto? Il mio reverendissimo padre aveva lasciato ben poche sostanze e la sua morte aveva dato il via, come una colombina, alla corsa per il rientro del credito. Venezia è una città stretta e tortuosa in cui l'idea di linearità e riservatezza è tanto esaltata dalla legge e dalla convenzione comune, quanto remota nella realtà dei fatti. Per riservatezza si cammina tra calli e campi nell'anonimo costume della bauta e del trasgressivo tabarro, al contempo nulla e nessuno, sia uomo o ceto sociale, sfugge al piacere del comune chiacchiericcio.
Scivolata via da chissà quale pertugio di casa -in realtà un'idea me l'ero fatta- la notizia del peggioramento delle condizioni di salute di mio padre si era diffusa inevitabile ed inarrestabile come olio versato. Primo sintomo il diradarsi degli appuntamenti galanti, quelle poche che ancora aprivano la loro porta d'acqua erano quelle meno informate; le altre declinavano cortesemente con messaggi tanto carichi di affetto quanto di distanza: proprio quella che volevano porre tra lo strumento della loro professione e la sua malattia.
Altro sintomo fu il parallelo aumentare della frequenza delle visite e dei messaggi di coloro i quali avevano supportato, più o meno largamente e a tassi variamente vantaggiosi, la paterna crapula. La sera stessa, un paio d'ore dopo la morte, entrai nello studio per capire cosa fosse rimasto: trovai poche lettere di credito, molte di debito e pressoché nulla, rispetto all'originale ammontare, in denaro. Misi in salvo quel poco perché aspettavo l'arrivo di mia madre che, sebbene devota e in preghiera, non avrebbe disdegnato gli agi di una rendita anche minima.
In altre parole l'eredità paterna era racchiusa in una disperata inconsistenza delle finanze di famiglia, il che era già noto a molti se non a tutti, anche a noi figli ma, come spesso capita, un conto è sapere, altro conto è doverne prendere atto.
A dar fede alle ricevute trovate, il rapporto col Mustacchi ebbe a iniziare probabilmente nel maggio del 1787; dico probabilmente perché non trovai altri impegni precedenti la prima, ma nulla vieta che fosse già consolidato per altre vie. In quella stagione il freddo tornò più forte dalle montagne portando con sé il gelo sulla laguna: era uno spettacolo unico ammirare la città prigioniera del ghiaccio, i canali fermi senza quel fluire continuo delle maree; le scoasse ferme nella superficie gelida e verdastra sul bordo delle fondamenta; le barche paralizzate non potevano muoversi e quella mattina la città si svegliò con l'aspetto improvvisamente mutato, al punto che qualcuno arrivò, tanto per cambiare, ad organizzare feste sul ghiaccio.
Quando la primavera riprese il sopravvento sciogliendo l'acqua dei rii, mio padre aveva ormai preso l'abbrivio. Fu in una di quelle sere tiepide che annunciano l'estate, quelle che consolano dal freddo patito, che lui uscì per uno dei suoi irrimandabili impegni mondani. Nostra madre era esasperata e ormai aveva rinunciato alle scenate sulla scala, preferendo piuttosto ritirarsi nelle sue stanze, in un' immobile fuga assieme al breviario. Io avevo ventitre anni e mia sorella si sarebbe sposata di lì a poco, appena in tempo, prima che svanisse anche l'ultimo briciolo di dote.
Seppi più avanti che oltre ad apprezzare il vino, meglio se bianco e freddo, ma senza disdegnare il rosso ad ogni temperatura, il mio reverendo padre aveva preso l'abitudine di fumare certe palline resinose che recuperava attraverso Marcello, il nostro domestico di fiducia, da un mercante musulmano al Fontego dei Turchi. Lui cercava di tenerlo segreto ma era difficile eludere la mia curiosità adolescenziale, soprattutto quando qualche sera lo vidi uscire dallo studio con passi incerti sul pavimento di legno, avvolto in un profumo che mi ricordava le spezie scaricate nei fondi sul canale. Di quelle palline riuscii a rubarne una dal suo rifugio, ma non a capire come usarla e finii per perderla in fondo a chissà quale tasca.
La paterna evanescenza perdurava ed egli provvedeva ad alimentarla anche durante le sue partite a madrasso, scarabocio o ai trionfi, il che probabilmente, diede agio ai suoi amici di reindirizzare a loro favore gli imprevedibili capricci della fortuna.
Quella sera di maggio mio padre –lo seppi dalla viva voce di Marcello che cercava di contenere il dispendio e il contegno del padrone- doveva aver già perso molto e mancando in fede e denari contanti, lo incaricò di recuperare rapidamente qualcosa da puntare perché aveva sentito -proprio così disse- le dita della fortuna sulle sue ed era certo di non poter perdere ancora. Io mi convinsi che le dita potevano anche esserci state, ma non dovevano essere della fortuna, piuttosto di qualche sua profumata compagnia.
Dunque Marcello uscì dal ridotto dirigendosi tra le calli verso il ghetto che era già chiuso, ma siamo pur sempre a Venezia e per chi sa dove bussare, nessuna porta è serrata. L'incontro con il Moisè avvenne nel campo del Gheto Novo, accanto al banco rosso. Bastò la conoscenza, un cenno d'accordo, la parola e ventuno zecchini passarono di mano finendo sul tavolo da gioco.
Sicuramente mio padre evitò di notare i moniti delle carte2Su ciascuno degli assi delle carte trevigiane era riportato un motto. : ignorò l'asso di bastoni3Se ti perdi tuo danno. provocato da quello di spade4Non ti fidar di me se il cuor ti manca., chiuse la mano con l'asso di coppe5Per un punto Martin perse la capa. quando quello a denari6Non val sapere a chi ha fortuna contra. la sancì infine rovinosamente persa; e la posta terminò la sua spericolata corsa nelle tasche di chi, non lanzo, la zecchinetta7La zecchinetta, anche detta lanzichenecco o lasqueneet, è un gioco d'azzardo il cui nome deriva dai lanzichenecchi che, nel 1500, lo introdussero in Italia. sapeva giocarla bene.
Io avevo ventitre anni e le idee irrimediabilmente chiare sulle visite di certa gente che non entrava mai dal portone, ma arrivava dall'ingresso sul ramo. Quando vidi di sfuggita per la prima volta quel Moisè -ancora non conoscevo il suo nome- capii immediatamente cosa era venuto a fare. Lo rividi altre tre volte senza avere peraltro idea dell'entità del pegno e della somma. Me lo ricordo ancora e devo dire che non aveva il tratto tramandato dell'ebreo: dritto, di altezza normale, capelli brizzolati e raccolti alla nuca, un viso anonimo dal quale lo sguardo spuntava come il muso di una volpe dalla tana, senza il naso arcigno, vestito con poca eleganza ma certamente non straccione. Cercava di muoversi tenendo sempre la sinistra a parete e una volta ci trovammo faccia a faccia in cima alla scala piccola: mi guardò prima con sospetto e poi si sciolse in un saluto avendomi forse classificato come innocuo. Potrei riconoscerlo anche adesso, anche dopo tutti questi anni, se solo sapessi dove cercarlo.
E di me debbo dire qualcosa? Perché a rendere compiuto il quadro qualcosa è necessaria. Il mio nome è Giovanni di Giacomo Non, sono nato nell'autunno del 1764 e appena senziente compresi l'aria che tirava, non solo in casa ma anche a Venezia e soprattutto quella che stava rinfrescando l'Europa. Conto sulla vostra discrezione poiché è bene che certe note rimangano riservate, che restino tra noi, perché di questi tempi potrei essere tacciato tanto di eresia quanto di complotto alla sicurezza della Repubblica e in entrambi i casi non sarebbe piacevole sorte.
Nella figura paterna ho avuto, per negazione, il modello di ciò che non dovevo diventare: arrogante, spocchioso, vano e sostanzialmente buono solo a dilapidare. Mai una volta riesco a ricordarlo intento in affari produttivi, almeno secondo il comune intendere la produzione. Il suo massimo intento era soprattutto il gioco, tanto e d'ogni genere: dell'oca, banco, madrasso, trionfi e quella zecchinetta che ho già riferito; in ogni caso, quale che fosse il gioco, era comunque buono se permetteva la scommessa.
Poi, o forse al pari, le donne, ma non avendo il prestigio del nome o del potere, avendo a contare esclusivamente sul denaro e considerata anche l'età, lascio alla vostra immaginazione con quali donne abbia avuto affare. Sia chiaro che non è mia intenzione esprimere giudizi su di loro, anzi! in fondo sono sempre state le uniche ad avere le idee oneste e ben chiare in merito alla sostanza della transazione, ovvero in merito a cosa offrire in cambio di quanto. L'illusione era di mio padre che faceva vanto delle sue conquiste, avendo solo conquistato il ridicolo nel pettegolezzo.
Io posso dire con certezza che il santo libro dice la verità quando rammenta che le colpe dei padri ricadranno sui figli; arrivo anzi a dire che più che cadere, scivolano. Quando era nostro precettore don Amedeo, questo passo mi era oscuro, certo non lo mettevo in dubbio, ma non riuscivo a capire perché e come la colpa di qualcuno avesse modo di scivolare sulla sua progenie. Dal canto suo Don Amedeo non fu mai capace di spiegarlo meglio, successivamente gli eventi continuarono a non spiegarlo rendendone però chiara l'evidenza nei fatti.
Allora, poco alla volta, mi formarmi quel modello per assenza: partendo da un'idea, di volta in volta ad essa toglievo quello che di male riscontravo in mio padre, così come lo scultore toglie dalla creta ciò che ritiene utile solo a coprire la visione della sua opera. Io un'opera vera e propria non l'avevo in testa, speravo solo che uscisse fuori da sola una volta rimosso tutto l'inutile. E allora via il gioco, via la vita mondana, via l'eleganza frivola, via la consapevole e tronfia ignoranza, via la gretta intolleranza del pregiudizio, via una religiosità formale. In vero quest'ultima asportazione non fu a causa di mio padre, che di preti non aveva grande cultura: rispetto forse, o meglio indifferenza, ma non pratica. In effetti la mia religiosità si infranse intorno ai quindici anni, quando sorpresi don Amedeo a spiegare un suo personalissimo catechismo ad una domestica. Probabilmente a Roma non avrebbero approvato quella dottrina pratica, o forse sì visto come andavano da secoli le cose: io sicuramente non l'approvavo anche perché quella ragazza riempiva da tempo i miei pensieri e le mie mani, ma non avevo ancora un catechismo da insegnarle. Per immediata repulsione decadde quindi ogni mito religioso passato attraverso quel precettore. Lui stesso sarebbe decaduto qualche anno dopo, trasferito d'ufficio in un monastero, doveva averla combinata grossa ma non se ne seppe mai nulla. Non ricordo nemmeno di averlo salutato.
Man mano che la mia opera scultorea procedeva, anche io crescevo. Arrivato nell'età dei grandi dilemmi mi risolsi per due possibili strade: quella militare e l'altra sacerdotale, ché in fondo erano sempre una, cambiava l'esercito, ben poco le armi, ma sempre una gerarchia era. Il grande dilemma durò poco, almeno fintanto che non compresi la mia assoluta inadeguatezza ad appartenere a qualsiasi piramide graduata. Mia madre invece fu pronta nel cogliere l'occasione di un decreto Senatoriale nel 1784.
Nell'aprile di quell'anno un tal Francesco Pesaro fece salire il primo pallone aerostatico in bacino tra lo stupore di tutta la popolazione. Sono certo che pochissimi ebbero idea dei possibili utilizzi pratici, mentre la maggior parte pensò ad un divertissement raffinatissimo e originale, degno dell'ineguagliabile stile della Serenissima. In ogni caso, con quel decreto, i Pregadi esortavano e agevolavano i nobili nella ripresa degli antichi commerci e questo suggerì a mia madre l'idea di affiancarmi ad un suo parente per apprendere gli elementi della contabilità mercantile. Ormai non potevo commerciare direttamente, mancando il capitale iniziale impegnato in ben altri commerci, mentre mi rimaneva l'aritmetica a suo tempo appresa: per una volta, anziché togliere al mio modello, aggiunsi qualcosa.
L'irrevocabile disdegno paterno per quell'attività considerata disdicevole e volgare, era la mia misura della giusta scelta, questo mi diede inoltre occasione di entrare in contatto con altre persone, gente nuova, al di fuori della società veneziana che si era ridotta ad essere una parodia parruccona, bigotta e inetta di sé stessa e di ciò che era stata. Fu allora che mi si chiarì la visione della nostra millenaria Repubblica, affondata in laguna sotto il peso di sè stessa e della sua storia, affaticata e inerme, arroccata tra terra e mare, incapace di percepire, ovvero senza la minima volontà di comprendere l'inevitabile mutare dei tempi e delle società. Tutte cose che andavo affinando nella mia mente ma che, al contempo, sentivo di non poter esprimere.
Erano state scoperte le prime logge massoniche segrete, il Senato vedeva trame e minacce ovunque tanto da aver ordinato una riorganizzazione delle corporazioni nel tentativo formale di dar loro nuovo impulso, in realtà per avere chiaro quale fosse la finalità di ciascuna. Con lo scopo di motivare il suo ruolo e alimentare il consenso sociale, era iniziata la rincorsa alla sicurezza interna innescando un processo tanto pericoloso quanto inevitabile. La paura di perdere il controllo e lo status acquisito, induceva la classe nobile al governo a inventare continuamente nemici e pericoli, nuovi o vecchi, spostando l'attenzione ora su una persona, ora su un'idea politica, ora su un'etnia eppure mai lì dove doveva essere realmente posta; per contenere questi fantasmi prese ad emanare leggi nuove e sempre più cavillose, elargiva nuovi e sempre più inquietanti poteri alla polizia segreta, promulgava decreti censori per rafforzare i controlli e stringere le maglie della sua rete evidentemente slabbrata. Si era giunti alla necessità di scoprire sempre una nuova congiura o una nuova minaccia per giustificare quest'operato repressivo, in altre parole si alimentava l'ansia e l'insicurezza generale per giustificare l'azione del consiglio che così si dimostrava prontamente reattivo in un vortice di nuove leggi maggiormente restrittive e poliziesche, ma sostanzialmente inutili; e tutto questo causava solo una continua e inarrestabile paralisi delle attività e delle iniziative.
Dalla Francia, a dispetto e rabbia delle monarchie europee, stavano giungendo più cambiamenti di quanti fossero sopportabili, soprattutto dai nobili nostrani. Ogni blasone fuori da quella terra rivoluzionaria, era stato comunque colpito al collo in una parentela più o meno prossima. Anche il calendario non era più lo stesso, i suoi mesi ora volevano chiamarsi vendemmiaio, brumaio, frimaio, evocando la caratteristica del periodo, quasi a dispetto e sovversione del più elementare ordine costituito. La sicurezza era divenuta per la Repubblica ciò che quelle palline turche erano state per mio padre.
Giunto a pochi passi dalla chiesa dei Miracoli, ormai era scuro, una figura buia mi tagliò il cammino, il braccio di un altro mi è passò sotto la gola da dietro e il filo della lama iniziò a premere. La voce bassa di quello di fronte, certamente veneziano, prese a rammentarmi fermo e cortese, che il tempo delle dilazioni era terminato, ingiungendomi il saldo, uno dei tanti, entro domenica. Poi scivolarono entrambi dal buio da dove erano venuti. Non ebbi proprio paura, stupore forse ma qualcosa di simile me lo aspettavo.
Rientrato a casa a sera fatta, mia sorella mi aspettava nella sala, seduta accanto al camino, le mani composte nella posa che rende serenamente la sua stabilità, visto che parlare di felicità a volte è uno sproposito, conquistata nel matrimonio; una discreta agiatezza, due figli e un marito presente quel tanto che bastava a far dimenticare le esperienze materne. Appena entrato si alzò guardandomi interrogativa mentre io ricambiai lo sguardo con un sorriso.
«Buonasera sorellina, quali novità mi porti dai miei due nipotini?»
«Lascia stare i convenevoli, i nipoti crescono tranquilli, io invece sono appena rientrata dal convento di Sant'Anna. Nostra madre ti manda la sua benedizione e raccomanda il tuo impegno nelle mani di Nostra Signora della Salute. Invece tu dimmi cosa hai saputo.»
«Addirittura la Salute, nemmeno si sia a trattare un morbo. Comunque di tutti gli incontri che ho avuto -omisi volontariamente sia il nome Grimani che quello dell'ebreo delle ricevute in Ghetto- la mia processione l'ho fatta e purtroppo devo deluderti perché nessun santo non ha fatto grazie: ben poco posso riportarti se non che un'eccellenza ha garantito l'interessamento e in giro nessuno vuol dire nulla di interessante riguardo a chi sai. Vuoi per il clima di complotto che gira, vuoi per la diffidenza che chiude le bocche, non sono riuscito ancora a sapere dove sia. Di certo so che è stato imprigionato ma nessuno ancora sa dirmi dove. Alla fine della fiera tutti mi hanno suggerito di attendere: finché non avremo notizie certe non potremo muoverci per riscattare equamente i pegni delle ricevute.»
«E allora cosa possiamo fare noi? Aspettare con le mani in mano che quei creditori finiscano ciò che qualcuno ha iniziato al tavolo da gioco?»
«Che ci piaccia o no, altro non possiamo fare. Nonostante i solleciti che riceviamo, più o meno violenti, a proposito e per tua conoscenza l'ultimo è di pochi istanti fa, la cassa è quasi vuota e consente la minima gestione domestica per i prossimi mesi. Sappi che ho intenzione di congedare una parte della servitù, eccezion fatta per Marcello; sicuramente Caterina che non sa quando e con chi tenere la bocca chiusa. Dobbiamo accettare la realtà dei fatti: sono tempi duri, mia cara Maria, ammesso che ce ne possano essere stati di morbidi. Tempi che non avremmo mai pensato di dover vivere ma che inevitabilmente siamo a scorrere giorno per giorno. Più duri ancora per la chiara memoria che abbiamo dell'agio vissuto, se non della gloria e del potere. Dobbiamo constatare e ben vedere la realtà dei fatti: siamo prossimi al lastrico. Fintanto che non riusciremo a riscattare quelle polizze inique, possiamo solo temporeggiare.»
E andai oltre. «Detto tra noi, siamo lo specchio della nostra città: cosa resta della Serenissima? Di quel potere che è arrivato a spaziare dall'alto Adriatico fino ad Aleppo? Da Bisanzio fino alle coste della Berberia? Quel potere che disdegnava l'oppressione militare preferendo la diplomazia e il commercio? Sin da quando Venezia si sfilò dal potere bizantino corrotto, inutile e decadente, abbiamo fatto del mare la nostra strada e la nostra via d'espansione. Scegliemmo di non seguire la consueta via dell'occupazione in armi avendo ben compreso che il suddito migliore è quello che dipende dal potere del padrone senza esserne oppresso. Do ut des, rispettando le proporzioni del minimo do e massimo des.»
«E cosa resta di tutto ciò? cosa ci rimane di secoli di supremazia unita ad ingegno e lungimiranza? Praticamente nulla. Nessuno è riuscito a sfuggire alla lusinga della superbia e ci ritroviamo qui, nel caigo o nell'afa, sotto campanili storti, ben lontani dalla terraferma e dai nuovi commerci, sempre gli stessi personaggi più o meno solenni, a metter becco negli affari l'uno degli altri, senza poter più uscire dalla laguna nella quale ci siamo impantanati.»
Il mio amico Gerardo, studioso d'arte all'Accademia, mi aveva spiegato sottovoce il riflesso di questo stato nella pittura prendendo ad esempio le opere del Tiepolo, Giandomenico naturalmente. Nei sui paesaggi cittadini, pieni di dettagli quasi didascalici su Venezia, questi ritrasse una società prolissa e stanca, immersa in un paesaggio ammantato di una luce intensa e dorata dove mai appariva il sole, a sottintendere che tutta la scena viveva nel calore di una luce irrimediabilmente distante.
«Te ne sia indice quella che chiamiamo “politica di neutralità disarmata”, votata in Senato per compiacere Napoleone: quando mai in oltre mille anni è stata sguarnita una fortezza come Peschiera, chiave della nostra difesa da ponente, che ora senza munizioni e uomini è buona solo all'edera e al tarassaco. Siamo nati in un secolo tra due misure, ciascuna cresciuta nel tempo, distanti tra loro come mai. In Francia la monarchia è stata divelta, cinque anni fa arrivò in cerca di asilo il fratello del re, il conte d’Artois, ultimo collo integro della nobiltà francese e chissà cosa ci porterà nel futuro. Ma in tutto questo nessuno si è reso conto che il vento non nasce più da San Marco, spira teso, diverso e da altre direzioni: ti parlo solo della rivoluzione avvenuta in Francia ma potrei rammentarti altro di ben più significativo, altre correnti di pensiero, altri modi di navigare e commerciare, l'Illuminismo ad esempio. Tutte cose dalle quali ci siamo testardamente voluti tener fuori e dalle quali ormai siamo irrimediabilmente fuori.»
Sotto gli occhi perplessi di mia sorella girai attorno allo scrittoio sgombro; seduto sul cuoio consunto della sedia, tirai fuori dalla giacca il dono del Grimani. L'involto di velluto, austero e prezioso, si intonava perfettamente con il legno; le mie dita si insinuarono tra le pieghe e arrivarono al contenuto. Il vetro affilato era freddo e pronto, più che uno strumento un messaggio. Eppure non avrei mai saputo usarlo.
Il 12 maggio 1797 Venezia, per la prima volta in oltre mille anni, si arrenderà spontaneamente all'esercito di Napoleone Bonaparte.