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braccia da remo /basso continuo

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Le lapidi parlano e non sempre è ovvio. Le lapidi parlano anche quando sembrerebbero non avere più nulla da dire, basta la voglia di leggere oltre le righe scritte in una lingua formale, improbabile e contratta. Spesso parlano di persone ed eventi ormai dimenticati dalla storia o rinnovati dalla tradizione, forse mai citati in nessuna narrazione, comunque schegge del fluire di vite e vissuti persi nel passato. La lapide nasce per rendere eterna la memoria e finisce per essere una debole sagola per ricondurli a galla anche solo un istante. Torniamo a noi; Padova, Piazza dei Signori, pochi metri dal Palazzo della Ragione, il simbolo concreto del potere centrale. Qui, sul lato corto contrapposto alla Torre dell’Orologio c’è la chiesa di San Clemente chiaramente disegnata anche se inglobata nell’edificio compatto. Al suo fianco, sull’angolo, sopra una vetrina, eccola la lapide in questione: «per il grave et atroce delitto commesso da diversi sbirri li 15 febbr. 1722 contro alcuni scolari nell'interno di questa abitazione, furono dall'eccelso di X a 24 settembre 1723 tutti gli sbirri rei al numero di 12, a misura delle loro rilevate colpe, condannati rispettivamente al patibolo della forca, alla galera et all'oscuro carcere et a vita con strettissime condizioni. il che resti a perpetua memoria della pubblica giustizia e della pubblica costante protezione verso la prediletta insigne Università dello studio di Padova.» La memoria dei fatti di Genova nel 2001 e delle sue vergogne istituzionali era ancora viva (e lo è tutt’ora, nessuno si illuda). Quella lapide è troppo calzante per trascurare l’analogia, tanto da dare l’avvio ad una ricerca delle testimonianze scritte dell’epoca: verbali, riferimenti, notizie inizialmente reperite su internet e poi presso l’Archivio Storico di Venezia, la Fondazione Querini Stampalia. Purtroppo molta parte del materiale è andata dispersa con l’invasione napoleonica di fine ‘700, eppure è stato possibile rintracciare la documentazione sufficiente a ricostruire la cronaca. Nasce così Braccia da remo. Un testo che non vuole essere un’elegia della pena di morte o delle punizioni corporali, piuttosto la cronaca del fatto e della sua conseguenza: un evidente abuso di potere che determina una tragedia e un dramma. Ma la lettura può variare profondamente in funzione del punto di vista: lo sbirro, non in senso dispregiativo ma storico, condannato a suo dire ingiustamente, gli si può dare torto? Il cittadino che delega ciecamente il potere è completamente innocente? Il potere che ha bisogno della vittima per intervenire, da che parte sta? Vera è l’innegabile analogia degli eventi con Genova ma questo testo è soprattutto un tentativo di analisi, attraverso i fatti, del rapporto perverso che si instaura tra il potere costituito più o meno democraticamente, il suo braccio esecutivo, la popolazione. Un triangolo che determina inevitabili distorsioni, se non attentamente equilibrato. Il potere che addestra la polizia secondo logiche e metodologie chiaramente fasciste; la polizia che esula da competenze e limiti legali, forte del consenso percepito. La popolazione che sostiene e alimenta il potere salvo poi subirne le conseguenze, tornando ad appellarsi al potere -quando ne ha possibilità, ovvero conoscenze- il quale ristabilisce l’equilibrio, il suo equilibrio, al solo scopo pratico di consolidare se stesso. C’è una ragione e un torto? C’è un buono e un cattivo? Una vittima e un carnefice? Guardando da fuori la risposta appare chiara ed inequivocabile: ovviamente sì, c’è un colpevole e un innocente, ma ogni soluzione, sempre che voglia essere logica, applicabile e sostenibile, non può essere calata dall’alto. Deve entrare nel flusso per comprendere, modificare, spezzare se necessario, ogni legame o collusione anomala. E criminosa.

«Vent'anni dio cane. Vent'anni alla galera, chiuso in una sentina a lisciare un cazzo di ziròn con i calli delle mani, anzi prima con la pelle, poi con le vesciche e solo alla fine con i calli, che non sapevi mai se era meglio il dolore del legno sulla pelle fresca o le piaghe dei calli spaccati dal sale. Vent'anni a mangiare gallette, sarde e cipolle, bere acqua stantia allungata con aceto per le feste, a mangiare quel cibo rancido solo dopo il tramonto perché così non potevamo vedere lo schifo e i vermi. Vent'anni solo spingere e tirare con gli anelli che tagliano le caviglie, la frusta che batte il ritmo sulla tua schiena senza calli, il gelo umido che entra e sale per le ossa. Quattro ore al remo e quattro alla panca, anche col vento migliore, sempre incatenati al banco nel buio della galea.»

«Vent'anni a dormire nell'umido, tra topi e scorregge, nell'aria acida del sudore e della fatica di tutti i rifiuti di Venezia; ubriaconi, ladri, biscazzieri, ruffiani; la merda della merda scavata dal fondo di un rio; mi viene da ridere se penso che alcuni di loro erano arrivati al remo grazie a me, gente che il mare non l'aveva mai visto e anche ora non riusciva a vederlo nemmeno volendo. Quante volte ho sperato che uno feluca turca o uno sciabecco dalmata ci affondasse così da finire prima e rapidamente, così: un colpo, il fasciame che schianta a murata, la luce che entra in sentina e poi l'acqua salata nel naso, in bocca e nei polmoni. Fine della vita, se vita la puoi chiamare, stretti e sottosale come sarde. Ma fine veloce e senza tante altre sofferenze.»

«E invece una vita a muovere una nave merdosa su e giù per l'Adriatico senza sapere mai da dove a dove, attento ad ogni voce, ogni rumore che proviene dalla coperta, pronto a cogliere il minimo segno di una destinazione nuova o di ciò che stava per accadere. Attento a quel riquadro accecante che ritagliava il mare o un pezzo di molo. Poi, poco alla volta, sempre meno interessato a quello che capitava sopra e sempre più legato al legno del remo. Spingi e tira, spingi e tira, agli ordini e ai capricci di un musico e del suo tamburo.»

«Vent'anni sono lunghi quando sai che saranno tutti uguali, giorno dopo giorno, tutti uguali al precedente e ognuno identico al successivo, senza un passato né un futuro, fissi in un continuo presente di umido e dolore, di puzzo e fatica. Solo qualche volta ci facevano sbarcare, incatenati a coppie sul molo ma per poco, appena il tempo di imbarcare cambusa e acqua fresca, che poi a noi fresca non arrivava mai, certo potevamo bere a volontà visto che non facevamo altro che sudare, ma solo quella nel barile di sentina.»

«Appena arrivato ero in testa al remo, braccia fresche al posto più duro, dopo due anni mi spostarono al centro e alla fine ero accanto al fasciame. Non ti so dire se era meglio all'inizio, faticoso ma spazioso sul passavanti, dove si poteva respirare, o alla fine, costretto tra il fasciame calafatato, puzzolente di pece e quel trentino che quando parlava non si capiva un cazzo. Sta' zitto per dio, spingi e tira, spingi e tira; e basta.»

«E a me è andata bene, se per bene intendi il finire questa presa per il culo nel fondo di una galea. Quell'altro, Gaetano, fu impiccato in mezzo alle colonne di fronte al bacino, tra il Leone che aveva servito e san Todaro sul drago. Mi hanno detto che c'era un mucchio di gente all'esecuzione e che quel coglione ha pianto salendo sul patibolo finendo poi per pisciarsi addosso quando il boia gli ha messo la collana di canapa, poi lo strappo, culo al bacino e cazzo dritto verso quella gente. Degli altri non so dirti nulla: alcuni finiti al remo come me, altri in prigione a vita ma dove siano ora, che fine abbiano fatto, non so dirti proprio nulla. E poi, alla fine della fiera, non me ne frega assolutamente nulla. Eravamo assieme è vero, il capitano, quella grandissima testa di cazzo di Fanton e noi, coglioni, a dire sissignore, divertiti, a ridere quando costringevano qualche ragazzetto a camminare raso muro, a sporcarsi la giacca di panno nuova con l'intonaco dei palazzi attorno alla piazza. Ma erano cose da nulla, cose da sbirri, poco potere, meno cervello e tanto rancore: una puttana che non voleva pagare pegno, la cresta sul dazio, qualche bicchiere di vino a ufo. Cose da poco insomma, cose da sbirri. Fino a quel pomeriggio di merda.»

«Io lo sapevo che non poteva andare sempre bene, che una volta o l'altra saremmo inciampati su una cazzata, il rampollo di una famiglia bene, magari non nobile, quelli vivono e dormono a casa loro, magari sul figlio di una famiglia campagnola con qualche proprietà e un amico prete. Quella gente che ha messo da parte soldo su soldo per avere un dottore in mancanza di un titolo nobiliare. Gente pezzente che spera di ripulirsi la terra da sotto le unghie con un figlio medico o avvocato, ma che resta sempre pezzente. Gente che prima evita il tuo sguardo per paura e poi continua ad evitarlo per superbia, come se saper leggere e scrivere e forse mettere due cifre in colonna gli possa aver fatto salire un gradino nella scala della loro vita, sempre e comunque sporca di fango e sterco. C'è un ordine nelle cose, in tutte le cose, e non lo puoi fregare con qualche pila di libri. L'ordine è alla base e sopra di tutto e io lavoravo per l'ordine, io, il capitano, Fanton e quegli altri mona. Fino a quella cazzo di osteria del demonio.»

«Stai guardando la mia mano… La mano, già la mano... quella è andata prima che arrivasse quel montanaro trentino. Prima di lui c'era un dalmata, uno che non ti guardava mai dritto negli occhi, sempre di tre quarti, una mano in vista e l'altra pronta a fotterti. Ma non mi ha fottuto la sua mano, solo un mio momento di mona. Eravamo in navigazione tra non so dove e non so dove, scirocco leggero e poco remo; il rumore in coperta è montato poco alla volta, dovevano aver avvistato qualcosa. Poi hanno cominciato con il ritmo di battaglia. I musici li chiamavano, quei froci musicanti con uno strumento che la sera suonavano il liuto alla mensa del sopracomito, mentre in navigazione davano il ritmo di voga. E quell'aguzzino che ci frustava a caso urlando come un fenochio co’a mandola per farci chiapàr tuti i remi.»

«Tu hai mai visto una galea? La nostra imbarcava in tutto 400 uomini, più di 140 piedi, stretta e veloce, adatta a navigazioni di costa, uscita dall'Arsenale per controllare il mare tra la laguna e l'Istria. Quella volta è stata una manovra rapida perché abbiamo cominciato a spingere dietro a quel tamburo, spingi e tira, spingi e tira fino al limite, poi la virata a mancina che finì in uno schianto di prua e un'imbardata violenta e io sono scivolato sulla panca fino alla murata, la mano è rimasta tra il remo e il boccaporto. Vero sai! è rimasta lì davvero 'ché le dita sono saltate via da me allo scafo rimanendo appiccicate nel salso misto al sangue. Lì per lì non ho nemmeno fiatato, non mi sembravano neanche le mie. La manovra era finita rapida come era iniziata, tutti gli altri a tegnìr sospesi i remi, affornellati dritti che ci potevi tirare una riga.»

«Dietro i quattro peli grigi della sua barba il dalmata ghignava e in me iniziata a montare il dolore. A bordo ci sono abituati a certi incidenti, poco dopo arrivò il cerusico con sale e torcia: un pizzico di sale e una passata di torcia, uno e l'altra, uno e l'altra fino a quando il sangue non ha smesso di uscire; e io di urlare. Ma a quei delinquenti dalmati è andata peggio, affondare ad aprile nell'adriatico non ti da molte possibilità: in qualche respiro il freddo ti impedisce di muoverti, non riesci a fare nulla se non a rimanere lucido mentre affondi. E affoghi lucido, pensa che culo.»

«Poi l'ho capito perché rideva quel bastardo, perché era stato lui che mi aveva fatto scivolare, la colpa era di quel bastardo schiavone. L'ho capito quasi un mese dopo, un mese a pensare e ripensare per capire cosa era successo e come era stato, ma l'ho capito e gliel'ho dovuto spiegare con un chiodo nel fianco, un palmo sotto il braccio, dritto nel polmone. Era quello che si meritava, e godevo a vedere come si agitava senza riuscire a urlare, emettendo solo un gemito soffiato, l'aria che usciva dalla ferita invece che dalla bocca, il sangue che faceva le bolle, mi guardava incredulo come a domandarmi perché: te lo dico io perché stronzo, perché Antonio Da Feltre lo fotti una volta ma non avrai il tempo per la seconda, hai capito perché?»

«Poi venne quel montanaro, che del mondo non aveva mai visto, e tanto meno il mare, se non il suo buco di paese e la città a valle, ma solo una volta all'anno per la fiera. Io invece le montagne le ho sempre viste da casa mia, d'estate quando si alzava la foschia erano lontane che facevi appena a tempo a intravederle che già si perdevano nel tremolio della calura. In inverno no, in inverno c'erano mattine fredde come l'acciaio con un sole che prometteva e non manteneva, ma loro erano lì che sembrava potessi toccarle, vedevi le cime e i canaloni, la neve fino a mezza costa, qualche volta ho creduto di vedere anche i paesi più grandi. Mentre lui il mare non sapeva nemmeno dove fosse.»

«Aveva pensato, il genio, di mettere via qualche soldo imbarcandosi come buonavoglia. Altro coglione della lista, pensava che fosse semplice: ti metti al remo per qualche anno, mangi sicuro ogni giorno, se ti va bene in battaglia ti danno pure un premio e alla fine torni al tuo maso pulcioso, ricco e felice dalla tua morosa Magdalene. Coglione che era. Quando apriva bocca non si capiva un cazzo, sembrava avesse una patata sotto il palato e usava una lingua strana che se ne capiva la metà.»

«Era un omone barbuto, alto, con due braccia enormi, dopo sei mesi iniziò a perdere peso e sangue, pensa che gocciava dalle unghie, aveva sempre una crosta rossastra sui peli della barba e si lamentava sempre, per ogni dolore, per ogni movimento, si incazzava per tutto e alla fine uno intelligente lo fece sbarcare.»

«Dalle parole dell'aguzzino seppi che aveva preso lo scorbuto e quelle quattro breccole guadagnate se le sarà godute un medico in terraferma. Bada bene che se vuoi che racconti ancora storie dovrai sciogliermi la gola. Intanto chiedo licenza, devo andare a pisciare.»

«Comunque a te non frega un cazzo di sapere con chi remavo. Tu vuoi sapere di quell'osteria a Padova. Dillo pure senza giraci attorno tanto ormai, dopo più di vent'anni, quei due studentelli rompicoglioni hanno nutrito ben bene i vermi, Fanton me lo ricordo solo io e quegli altri dieci che chissà dove cazzo stanno a marcire. Va bene te lo racconto tanto ormai il ricordo è una scatola vuota.»

«Però facciamo così: un giorno tu andrai in piazza dei Signori, accanto a San Clemente, a leggere con i tuoi occhi. Io ti sto per raccontare la storia; dalla fine.»

«per il grave et atroce delitto commesso da diversi sbirri li 15 febbr. 1722 contro alcuni scolari nell'interno di questa abitazione, furono dall'eccelso di X a 24 settembre 1723 tutti gli sbirri rei al numero di 12, a misura delle loro rilevate colpe, condannati rispettivamente al patibolo della forca, alla galera et all'oscuro carcere et a vita con strettissime condizioni. il che resti a perpetua memoria della pubblica giustizia e della pubblica costante protezione verso la prediletta insigne Università dello studio di Padova.»

«Che si fottano tutti i dieci e il leone.»

«Era domenica sera, il quindici de febraro del 1722, ventiquattro anni fa, noi avevamo smontato dal turno alla porta del mulino. Volevamo farci un bicchiere in piazza prima di mangiare e tornare a dormire, il capitano era rimasto al corpo di guardia perché quella gente non si mischia mai. Scendevamo lungo i portici di San Clemente e dalla porta usciva il solito casino di un'osteria, gente che ride, grida, smania e quel puzzo caldo di vino vecchio e cantina ammuffita. Quando entrammo alcuni si girarono e le voci si spensero poco alla volta; quelli più vicini all'entrata si alzarono vaghi uscendo mentre quel gruppo di ragazzotti continuava a scherzare ignorandoci. L'idea geniale venne in mente a Fanton, son sicuro volesse solo divertirsi alle loro spalle quando gli si avvicinò calcando sui tacchi, e si fermò in piedi dietro di loro, erano una quindicina forse, lui con le mani sui fianchi e lo sguardo inquisitore ne prese per la spalla uno, il primo che capitava, cercando di farlo girare, riuscendo invece solo a farlo cadere schiena a terra.»

«Non si era fatto male, niente, nemmeno un graffio tanto che si era rialzato subito pronto ad attaccare ma si fermò vedendo la divisa. Chi reagì invece fu un altro, non lo conoscevo ma seppi dopo, durante il processo, che si chiamava Giacomo Non, esimio pro-sindaco giureconsulto dell'Ateneo di Padova. Io l'ateneo di Padova lo conoscevo, sapevo cosa fosse perché a Padova è semplice: o sei all'Università o sei un commerciante o sei solo una delle tante merde campagnole che grattano la giornata; ma cosa fosse un pro-sindaco giureconsulto non ne avevo proprio idea mentre avrei dovuto averla perché era lui il pezzo grosso, la cazzata sulla quale stavamo inciampando. E ci inciampammo tutti e dodici, finendo con la faccia nella merda dove io son rimasto per vent'anni e dove sono ancora oggi.»

«Insomma, quel Non si alzò cercando di iniziare a parlare, Fanton lo rimise a sedere con una sberla e poi... Tant'è, ormai è andata. Quello cominciò a gridare da dietro il tavolo e con lui iniziarono anche gli altri. Fanton, che era sempre stato un gran cazzone, pronto alla provocazione e incapace d’altro, ebbe un'altra idea geniale: metter mano all'elsa della spada. Uno degli sbarbati alla sua destra lo anticipò cercando di bloccargli il braccio e fu allora che alle mie spalle esplose il primo colpo che continuò a rimbombare tra le mura anche dopo che quel ragazzo saltò indietro con la palla che entrava dalla scapola sinistra, passando da parte a parte, colpendo ancora il braccio di uno che stava dall'altra parte del tavolo piantandolo spalle al muro. Alla mia sinistra, con la coda dell'occhio, vedevo la canna e il fumo che salendo nascondeva un trave del soffitto. Quello della scapola si afflosciò su Fanton imbrattando di sangue lui e il tavolo. Tu sei d'arme? Hai mai visto cosa fa una palla d'archibugio che colpisce un cristiano? Una palla da un pollice porta via tutto quello che trova davanti, si ferma solo su un muro.»

«In scontri del genere va sempre così: c'è la prima scaramuccia, poi qualche secondo di silenzio perplesso e sospeso, poi il casino. Era quello che temevo e stavo aspettando, perché questi casini sai sempre come cominciano e non sai mai come diavolo finiscano. Avevamo una divisa addosso, vero, ma quante volte qualche collega è rimasto a terra con una lama piantata nello stomaco? D'accordo, Fanton fu un coglione, ma lo sapevamo tutti che era un coglione. Che bisogno c'era di fare il grosso con quei ragazzetti? Ma lui era fatto così, voleva sempre alzare la voce, poi si girava verso di noi si faceva una risata e li mandava in culo. E invece quelli no, invece di abbozzare e continuare a bere tranquilli ripresero a urlare, primo fra tutti proprio Non che si rialzò come una molla contro Gaetano. Ma era destino che non si dovesse muovere da dietro quel tavolo perché il secondo colpo partì che ancora non avevano finito di fischiarmi le orecchie. E il fumo si aggiunse al fumo.»

«Quel Non era ancora seduto al suo posto, dritto, le spalle contro la parete e gli occhi fissi, una rosa di carne era al centro del suo petto si allargava di rosso. Era andata, cazzata fatta, noi avevamo inciampato e cominciavamo a rotolarci nella merda. Dopo non ci ho capito più un cazzo: quelli sono scattati verso di noi e noi verso di loro in un cumulo di botte e pugni fino a che è arrivato il capitano con un'altra squadra.»

«Furono loro a portarci via fino al corpo di guardia, con l'ordine di rimanere lì in attesa. Non sapevamo esattamente cosa sarebbe successo ma in fondo eravamo sbirri e doveva pur significare qualcosa.»

«Anche due giorni avanti c'era stata una zuffa. Uno mezzo ubriaco stava pisciando nel Brenta, arriva uno per pisciare anche lui e il primo gli affonda un coltello nel fianco, chissà per quale cazzo di motivo. Insomma, quando siamo arrivati uno stava per terra in mezzo al suo sangue ma vivo, l'altro era nell'osteria sotto la Specola a litigare e quando abbiamo provato ad arrestarlo un tavolo di ubriaconi schifosi si è rivoltato contro di noi. Pure lì c'è scappata la palla ma non ha preso nessuno, il botto ha tranquillizzato gli animi e sono finiti tutti dentro. Semplice casino, sbirri, galera è così che deve andare, c'è un ordine per tutto e tutto deve seguire quell'ordine. Che se a ogni testa di cazzo gli salta in mente di cambiarlo a suo piacere non si combinerà mai nulla. L'ordine è tutto e noi lavoravamo per questo.»

«Comunque, qualche ora dopo seppi che il capitano l'ordine nell'osteria l'aveva riportato, identificando i presenti, facendo portare via i due cadaveri e ordinando la chiusura del locale per trasgressione alle prescrizioni sull'ordine pubblico. Quello sì che sapeva come comportarsi, è vero che non voleva mangiare con noi ma il suo lavoro lo sapeva fare davvero.»

«Era di Thiene il capitano, come Fanton veniva anche lui dalla campagna vicentina ma su due strade diverse. Fanton si era arruolato perché non aveva altro di bene da fare. Il capitano lo aveva fatto perché suo padre era militare e suo zio prete. Hai mai fatto caso che se c'è qualcosa di meglio da fare ci deve essere sempre un prete di mezzo? Io ero come Fanton, entrambi giravamo larghi dalle acquasantiere, non avevamo nessun chierico in famiglia e siamo finiti a fare gli sbirri a Padova, che se ci pensi è sempre meglio di pulire merda nella stalla o stare in campagna cotti dal sole o zuppi di pioggia. Quello potevamo sperare e meglio di così non andò. Lui invece poteva sperare altro e con quel prete l'ha ottenuto: capitano della guardia a ponte del molino in Padova. Che se non sai dov'è, a sentirlo chiamare così, sembra che sei diventato generale de sto cazzo e invece passi le tue giornate a controllare chi entra e chi esce, chi paga e chi no, a sentire l'ora per chiudere o aprire il portone. Ma anche nella merda c'è chi sta sopra e respira un po' d'aria e chi sta sotto trattenendo il fiato. Io e Fanton trattenevamo il fiato.»

«Nei giorni a seguire tutto era più o meno tranquillo, noi del drappello eravamo stati esentati dalla ronda nelle piazze, l'osteria era sempre chiusa e la cosa sembrava finita lì. E invece esce fuori la famiglia di Non a pestare i piedi chiedendo giustizia. Ma che cazzo di giustizia chiedi se eravamo noi la giustizia. Noi e basta, a culo il pro-sindaco giureconsulto dell'Ateneo di Padova, illustrissimo, esimio, eccellentissimo rompicoglioni laureato della madonna. Ma quella famiglia non era proprio una famiglia di campagnoli e aveva dalla sua l'Università e assieme tutta quella massa di studenti nullafacenti e spaccamaroni e sopra tutti il governo di Venezia che a certe cose ci faceva caso. Nei mesi successivi quelli dell'Università continuarono a tirare su un casino lanciando sassi, urlando per le strade, rovesciandoci addosso avanzi di latrina. E insomma, una cosa che succede, che capita, che poteva chiudersi lì tra noi tranquilla, come tante altre volte, ha cominciato a fare rumore. Un rumore sordo e sempre più pressante che è arrivato alle orecchie del Rettore padovano, da lì ha iniziato a camminare verso Venezia; dalle sue mani ad una penna, dalla penna ad una missiva e poi su su fino al Consiglio dei Dieci. E arrivati lì sono veramente cazzi.»

«Ma io dico, santa madonna, ma perché certa gente non si fa i cazzi suoi invece di tirare in ballo Venezia: quelli, se devono muoversi dalla laguna a Padova, in mezzo a acquitrini e zanzare, si fanno girare il culo, e li capisco benissimo, perché quelle eccellentissime signorie stanno tanto bene comode, in grazia di dio, a mangiare e bere, scegliendo con cura le tette da baciare e i culi da tastare. E invece se proprio li chiami, addirittura con una lettera ufficiale, e gli dici che un cazzo di pro-sindaco giureconsulto dell'Ateneo e uno studente sono stati assassinati, proprio così aveva scritto il Rettore che vada in culo, assassinati! da un drappello di guardie, insomma c'è da capirli se si incazzano quando devono muoversi per arrivare qui.»

«Tanto più che la voce passò di bocca in bocca fino all'orecchio del doge e a quell'epoca era Alvise III Mocenigo, tu non te lo puoi ricordare o forse si perché è morto più o meno quattordici anni fa, quello era stato capitano generale da mar, aveva combattuto contro i Turchi e aveva ancora voglia di menare le mani. Era appena stato eletto centododicesimo doge della Repubblica di Venezia e gli rodeva ancora molto per la sconfitta subita per mano di Haisan Pascia tanti anni prima.»

«Insomma tra dogi, consigli e rettori se la son presa a tal punto da incaricare addirittura Angelo Foscarini. Ora non so di dove sei tu ma io sono di queste parti e con certa gente ci avevo già avuto a che fare e lo sapevo che se avevano scomodato un avogador non era mica una cosa bella per noi e per nessuno, quella è gente che non sente chiacchiere e scava, chiede, domanda, inquisisce, non si accontenta mica della parola di uno con qualche gallone addosso. Ha mezzi e modi convincenti per tirare fuori la verità che vogliono sentirsi dire. Vuole sapere come sono andate le cose davvero e chiede, cerca testimoni, ascolta voci e le voci sai da dove arrivano ma non sai mai da dove vengono e in questo giro, c'è sempre chi rimane in mezzo col culo scoperto.»

«Ma il capitano, quello si che aveva una testa che ragionava, mica era rimasto lì a pettenar bambole. Si era mosso rapido per mettere tutto a posto come deve fare un capitano. Intanto aveva ritrovato due damigiane di vino di Valdobbiadene senza i regolari sigilli del dazio, così l'osteria era rimasta chiusa e l'oste inquisito per reato di fisco, cosa già grave di per sé. Poi aveva fatto infilare una lama spagnola nel giustacuore dello studente morto. Così le cose stavano già meglio: un locale criminale frequentato da criminali doveva deporre molto male agli occhi di un avogador. Quelli che erano usciti al nostro ingresso non contavano, resta dunque l'oste, liquidato con le due damigiane, il gruppo di studenti uno dei quali armato, criminali di compagnia, e gli avventori testimoni.»

«Noi non lo sapevamo ma anche gli altri si erano mossi. Ormai era da poco estate quando si scoprì che la famiglia Non, quelli di soldi ne avevano, aveva compilato un elenco degli studenti presenti e completo dei nomi di quei pochi avventori che non se ne andarono subito. Questa parte fu difficile, lo fu per il capitano che quanto a informazioni sapeva sempre come muoversi, figuriamoci per loro che non potevano, come noi, avere tante bocche da cui ascoltare.»

«Per fare l'avogador de comun non basta essere nobile, non basta essere figlio di puttana, devi essere uno che capisce quando è il momento di essere nobile e quando figlio di puttana, un bravo avogador deve essere tutte e due le cose. Quello era proprio tra i migliori: appena la famiglia Non gli fece avere la lista dei testimoni, lui la confrontò con la sua e mise tutti gli iscritti sotto la sua protezione e la responsabilità del capitano. Capito che stronzo? Se succedeva qualcosa a uno, saltava il collo del capitano e quello era capitano sì ma mica coglione, tanto più che lui non c'entrava niente e stava cercando di parare il culo a noi. Così fummo costretti a girare al largo da quella gente e non potemmo fare nulla per convincerli che era stato tutto un equivoco, una cazzata che potevamo risolvere tranquillamente tra noi. Intanto il capitano si sfilò via dalla rogna che ci si era attaccata addosso.»

«Le cose si erano messe proprio male per noi. Con tutte le testimonianze raccolte dall'avogador, senza nemmeno il bisogno di una denuncia anonima, tutti e dodici fummo trasferiti a Venezia e non certo alla locanda del Leon a toccar busi, ma direttamente alle prigioni di Rialto, quelle nuove perché, nel bene o nel male, eravamo sempre sbirri e un occhio di riguardo ce l'avevano, nei Pozzi sarebbe stato infamante, mentre non eravamo abbastanza nobili per i Piombi. Mancava l'incontro con i giudici e a quel punto sarebbe venuto il bello perché allora avrebbero deciso come proseguire gli interrogatori. A Palazzo Ducale c'è una sala che chiamano, guarda caso, camera del Tormento, un nome che non lascia spazio a dubbi. Si trova al secondo piano, direttamente collegata con i Piombi, come dire casa e bottega. Quello che succede lì dentro è rimesso all'indiscutibile e insindacabile decisione dei giudici: se non hanno prove certe non sono favorevoli alla tortura, ma se le hanno e manca una confessione è lì che finisci e lì confessi tutto anche che tua madre era la madonna intronata.»

«Anche al ponte del mulino c'era qualcosa di simile. Non proprio una stanza degli interrogatori, piuttosto un sottoscala dal quale non uscivano rumori. Era uno schifo con le pareti lorde di moccio e sangue rappreso, il pavimento sporco di merda. Perché quei cialtroni si cagavano proprio sotto, per davvero, non è un modo di dire, quelli si cagavano letteralmente addosso. Alcuni facevano i duri tenendo botta, ma pochi andavano oltre le tre ore. La maggior parte la finiva lì quando vedevano i bastoncini avvicinarsi alle narici. Altri non arrivavano nemmeno a quel punto, e ci dicevano spontaneamente quello che noi sapevamo già ma volevamo sentire dalle loro bocche. Certo, dovevamo un po' incoraggiarli ma per questo bastava Giobatta, quello friulano. È proprio vero: gente di confine o ladri o assassini. Quello era proprio assassino, molte volte gli davo una mano anche io ma mi faceva più paura lui del criminale legato. Facci caso: se guardi negli occhi il tuo avversario puoi vedere la paura, e allora hai vinto, oppure la rabbia, e allora devi aspettare un suo errore per vincere. Ma se non vedi niente, lui ha già vinto, è proprio lui quello che ti fotterà e Giobatta li fotteva tutti, nessuno escluso perché non gli fregava un cazzo di niente e nessuno.»

«E poi noi non sapevamo ancora che da Venezia era arrivato qualcuno già prima di Foscarini. Forse tra marzo e maggio dovevano essere giunti in città i due inquisitori dei Dieci per capire come erano andate le cose e avevano raccolto quanto necessario per avviare l'inchiesta e preparare un rapporto preliminare. Secondo quegli altri parolai potevamo passare direttamente al Collegio Speciale, secondo loro era chiaro e lampante che avevamo commesso chissà quale crimine contro la repubblica, vada in culo lei con san marco. Così misero assieme un Capo dei Dieci, il Consiglier ducal, l'Avogador de Comun già era pronto e infine l'inquisitor dei Dieci. Ormai si era messa in moto troppa gente e non poteva che finire male e comunque sarebbe finito tutto entro massimo due mesi, non oltre. Io vengo da Feltre ma non sono un coglione campagnolo, almeno non come Fanton; quando capii che le cose stavano andando per il peggio, davanti ai giudici gliela dissi tutta, almeno non passavo per il tormento.»

«Foscarini le testimonianze le aveva tutte, fresche e di prima mano e quindi lo dissi subito che Fanton Gaetano di NN era il cazzone che aveva provocato la rissa, che Masella Anzolo di Bentivoglio aveva tirato il primo colpo e Garin Tiziano di Antonio il secondo, che -si è vero- io Da Feltre Antonio di Matteo ero il più anziano del drappello, ma che noi stavamo solo cercando di riportare l'ordine e che erano stati quelli a venirci addosso, che noi facevamo solo il nostro dovere e il nostro dovere era riportare l'ordine.»

«Loro scrissero tutto, parola per parola, mi fecero firmare il foglio che chiamavano confessione: ma di che cazzo di confessione parlate! Io vi dico come sono andate le cose e voi me la chiamate confessione? Confessione è quando uno ha fatto peccato, quando ha qualcosa di pesante sulla coscienza, quando il prete dopo ti da la penitenza e l'assoluzione, quando hai fatto qualcosa di male insomma. Noi non avevamo fatto nulla, capirai che cambiano due studenti in più o in meno a Padova.»

«C'è una frase che ti auguro non debba mai sentire. Una sola, soprattutto se a dirla è l'avogador de comun di fronte al Consiglio. Perché se quell'imbacuccato rosso chiede: “Se dopo quanto fu letto vi pare che -e qui c'è il tuo nome completo- siasi a condannare.” allora sono cazzi tuoi, amari che nemmeno Giuda, di lì non ne esci certo con un buffetto e una ramanzina. Con quella domanda chiede la tua condanna al Consiglio dei Dieci; e se sei arrivato a quella domanda, con tutte le prove che hanno permesso l'istruzione del processo, con tutta la gente che si è mossa, con l'avvocato che ti hanno messo a disposizione, tutta la carta sprecata per i bandi affissi, allora la risposta può essere solo un “sì”. Poi rimane la questione di quale condanna, ma è dettaglio: che sia cappio, remo o carcere oscuro, sempre nella merda nera finisci. Il 24 settembre, un venerdì nuvoloso, il Consiglio dei Dieci emise la sentenza: tutti colpevoli e condannati: Fanton alla forca, io, Masella e Garin al remo a vita e tutti gli altri al carcere oscuro ristretto. Sigillo, bando, calcio in culo e fine storia.»

«Se sei uno di campagna, abituato alla pianura, all'aratro tra te e il bue, a bere da una fiasca d'acqua, devi essere per forza uno di poche parole; già se vieni dalle colline o dalle montagne sarai più propenso a parlare perché nelle tue orecchie c'è il vento che corre tra gli alberi e l'eco della tua voce nei canaloni. A Venezia il mare cala e monta ogni sei ore, l'onda è continua, sia a venire che ad andare, pensa che capita pure che arrivi in piazza fino alla basilica e oltre, davvero! Io non l'ho mai visto ma me l'hanno raccontato; e quello sciabordio ti abitua alla chiacchiera, al vociare, al parlare di tutto e di tutti spettegolando delle novità che vengono dai marinai, delle puttane che stanno al ponte delle tette e di qualche bella tosa da fare pregna. A Venezia chiacchierano tanto, è vero, ma non sulle sentenze. Una volta emessa è quella e nemmeno con il redentore che scende a parlare al doge se ne esce, nemmeno co 'a madonna implorante la risolvi. Il giorno dopo Fanton salì al patibolo. Uscì in ceppi dai Piombi, camminando tra due guardie, la laguna a sinistra e il colonnato a destra fino alle due colonne. La gente si era radunata per assistere allo spettacolo gratuito e chiacchierava, sputava, rideva e qualcuno lo insultava pure a quel povero cristo. In mezzo avevano innalzato la forca e quel cagasotto piangeva. Ma che cazzo piangi stronzo, almeno fagli veder come muore uno con le palle. Ma tu le palle non le avevi mai avute. In drappello ti crescevano a sproposito ma da solo no, da solo potevi solo piangere. E io allora? Io quanto cazzo dovrei piangere? Tu uno strappo ed è finita lì, a me invece lo strappo è durato per vent'anni e continua ancora e ancora continuerà finché l'altissimo deciderà che basta e che posso chiudere la porta.»

«Il lunedì ci divisero e io venni trasferito in Arsenale con gli altri due e sei criminali comuni, tutti condannati alla galera. Da lì immediatamente alla fusta ormeggiata in bacino. Io non ne sapevo nulla di galee, io venivo da Feltre e lì il mare è lontano; imparai subito quello che c'era da sapere: silenzio, spingi e tira, mangia quello che c'è e soprattutto non rompere i coglioni. Addestramento rapido ed efficace. Il resto più o meno te l'ho già raccontato.»

«Questo è quanto, niente di più, niente di meno. Sei soddisfatto? Ti è piaciuta la storia? Ti aspettavi qualcos'altro? Non c'è niente altro. Due studenti per terra, la giustizia veneziana che trionfa e nel mezzo noi poveri coglioni che tanto è quella la fine che facciamo sempre. Tra mazza e incudine rimaniamo sempre e solo noi che facciamo il nostro dovere. Undici anni di guardia mi sono fatto, poi vent'anni al remo, sbarcato perché graziato, in verità perché non ero più buono, peso e basta, bocca inutile da sfamare e dissetare. Ora secondo il tuo dio, che cazzo devo fare? A cinquantasei anni, gli ultimi venti spesi a muovere acqua, senza un soldo, la schiena spezzata, senza due dita nella mano, cosa vuoi che faccia io adesso? Una vita bruciata per un cazzo di nulla. Non sto a dire se sia giusto o sbagliato ma che madonna! Tutto questo per l'incontro tra Fanton e due coglioni. Non me lo meritavo e a volte penso che quel cristo lassù abbia proprio preso una cantonata o forse ha solo dimenticato come vanno le faccende qui. Eppure anche lui c'è passato e a cosa è servito se non se ne ricorda nemmeno? Niente di niente. E anche questa bevuta non serve a niente. Alla fine del tuo bicchiere ti alzerai, dirai qualcosa di convenienza e mi saluterai lasciandomi qui proprio dove mi hai trovato, dove ero ieri e ieri l'altro e una settimana fa e dove sarò domani e dopodomani e ancora. Sarò sempre qui che continuerò a disegnare con il vino perso sul tavolo, perché remo o bicchiere, a questo punto per me è lo stesso.»

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