
contagio /basso continuo
«Leggi, leggi pure. Sfoglia queste pagine, questo diario del delirio, non ti fare scrupolo di chiedere, comincia dai numeri che altro non sono se non le cifre di una contabilità oscena. Oppure ancora meglio: ascoltami! perché io c'ero sin da prima e dal principio. Dunque inizierò da qui, da un anno fa, da quando tutto è ricominciato.»
«Come nasce è noto: il morbo scaturisce dalla terra e si diffonde dal contatto, dall'alito, dalla vicinanza e dalla promiscuità. Più arduo è dire come si diffonda e già allora si iniziò parlare di agenti stranieri, di ebrei o di qualche zingaro dalmata: voci più attendibili riferirono dell'arrivo, ai primi di giugno, del marchese De Stirgis, ambasciatore del duca di Mantova; anche lui trasferito in quarantena nel Lazzaretto Vecchio, niente di personale anche considerando le tensioni politiche in corso, normale pratica a Venezia: chi arriva deve fare anticamera. Meno di un mese dopo fu trasferito “per suo comodo” a San Clemente, un'anticamera più consona al suo rango. Alla fine la quarantena dimostrò le sue ragioni: il 9 De Stirgis morì accompagnato da un cameriere e quattro serventi.»
«Come vedi tutto è andato come le altre volte, nulla cambia, la stessa identica situazione di sessant'anni fa. Ovvio, io non c'ero, ma ne ho letto molto quando studiavo medicina; recentemente ho avuto modo di parlarne anche con il collega Morafini. In tutto e per tutto abbiamo riscontrato la medesima dinamica: ancora una volta il caldo, una nave che arriva, una delle tante che entrano in laguna, poi il primo caso e dopo due settimane il morbo inizia a dilagare; e ogni volta è stata una calamità che ha colpito prima la popolazione e poi l'economia, togliendo braccia e menti ai commerci, cuori agli affetti. Nel 1624 eravamo oltre 140.000: vedremo questa volta, alla fine, in quanti rimarremo.»
«E insomma ti dicevo: con De Stirgis a San Clemente, il magistrato alla Sanità diede incarico ad un falegname di sant'Agnese, un tal Gianmaria Tirinello, di costruire sull'isola alcune strutture per i guardiani sanitari; con la moglie che lavorava a servizio, lui si portava appresso il figlio, un bimbo di sei anni che passava il giorno a giocare sulla riva. Per farla breve, a metà di luglio morì il falegname e sua moglie. Già il 12, rientrato a casa la sera, aveva riferito di aver trovato la moglie a letto, senza per questo dare molto peso alla sua debilitazione, come tutti del resto. Sperai invano che il falegname non fosse stata la falla che avrebbe fatto affondare ancora una volta la città. Non era certo il caso di lanciare allarmi ingiustificati ma come medici abbiamo l'obbligo umano e scientifico di prestare la massima attenzione, perché la contrada del falegname è ancora oggi una delle più popolose e se il male avesse preso piede lì, ci sarebbero state ben poche speranze per gli altri sestieri. Ma il magistrato alla Sanità si limitò a parlare di alcune morti e non volle pensare al peggio, figuriamoci al contagio.»
«Alla fine di luglio il morbo chiuse il conto portandosi via ciò che rimaneva della famiglia Tirinello, il piccolo e suo fratello di dieci anni. Anche una famiglia di loro parenti ebbe lutti, ma per il magistrato tutto andava bene, sosteneva ancora la tesi dei normali decessi; eppure io lo vedevo che nulla andava bene. Visto che quella falla rese vana la quarantena, sarebbe stata quella l'ultima opportunità di prendere tutte le iniziative per evitare il peggio. Ma a palazzo si mossero come sessant'anni fa, preferendo quietare le voci, finanche con la forza, così da non disturbare l'operosa vita in città.»
«Invece la peste non si perse in chiacchiere. Inutile dire che tutto è sotto controllo, incolpando qualche disgraziato, gettandolo in pasto all'ansia di sicurezza della popolazione. Lì a san Marco dicono sempre che tutto va bene, ed è vero finché non va male, ma allora non ci sarà più molto da fare. Già a fine agosto ero sicuro che non sarebbe stato più possibile contenere il morbo, nessuno poteva sapere i contatti della famiglia Tirinello o dei loro parenti. Non potevamo fare altro che rimettere tutto nelle mani della Provvidenza, affinché illuminasse quelle altri menti cieche.»
«Io stesso dovevo forzarmi a chiamare la realtà con il suo vero nome: peste, perché solo chiamandola con il suo nome, avrei avuto ben chiaro il problema; e forse una soluzione. Insomma, a conti fatti, tra l'ambasciatore, i camerieri, la famiglia del falegname e i loro parenti, morirono circa in quindici, ufficialmente senza una causa precisa. Nel tempo mi sono convinto dai fatti che il morbo passi di persona in persona attraverso un alito che, se non proprio direttamente, arriva ad impregnare anche gli oggetti e i vestiti.»
«A metà di agosto le voci del popolo iniziarono a cercare un colpevole, uno qualsiasi, della paura che dilagava; una certa Pasquetta denunciò una famiglia ebrea che le aveva portato alcune lenzuola da lavare. L'accusa si basava sul fatto che quelle persone furono viste lavarsi le mani con aceto prima e dopo aver maneggiato quella biancheria. Qualcuno sospettò anche che le avessero prese con dolo a San Clemente, proprio dalla camera dell'ambasciatore. Il magistrato comunque, non volle ancora parlare di epidemia, sostenendo invece l'idea di un complotto contro la repubblica.»
«Qualche altro invece diede la colpa di tutto ai lanzichenecchi scesi dalla Germania a inizio dell'anno. Dove passarono regalarono devastazione e morbo; a Milano come nelle campagne, a sentire chi l'ha visto, fu drammatico: nonostante i ferrei cordoni sanitari, le strade chiuse, gli approvvigionamenti interrotti, la malattia si diffuse ovunque, senza risparmiare nessuno né per censo né per posizione. Prima ancora c'è stata la carestia, quasi a preparare il buio; le campagne furono abbandonate in cerca di salvezza, cibo e fortuna nelle città. La peste ebbe a disposizione, concentrati in un solo luogo, tutti quelli che prima erano sparsi dalle montagne alla pianura. A maggio le notizie furono incoraggianti ma non si tenne conto del caldo in arrivo e così il male, attraverso gli umori umidi, passò da Milano fino in Romagna, ad eccezione di Forlì, salva per intercessione della Madonna del Fuoco, o così dicono. Evidentemente a palazzo speravano di avere anche per noi una salvifica Madonna. Agosto diede quindi il via ai viaggi dei traghetti tra la città e il lazzaretto, decine di persone vennero trasferite per verificare il loro grado di salute, molti erano già allo stato avanzato della malattia, altri solo all'inizio del calvario, alcuni non apparivano colpiti ma vennero comunque internati in via precauzionale.»
«Le cose non vanno mai a posto da sole, senza intervento i problemi tendono a risolversi, è vero, comunque mai per le vie a noi più comode. Qui non si era ancora deciso un piano; nessuno volle assumersi la responsabilità di una qualsiasi azione: il magistrato tentennava ancora tra il dubbio e il rifiuto, sebbene l'evidenza fosse drammatica. Nella lenta e democratica tradizione della città, richiese un consulto tra i colleghi medici Emilio Parisano, Giuseppe de Aromatarj, Giambattista Fuoli e Morafini, quello che mi ha dato udienza il mese scorso, il medico ottantenne diretto testimone dell'ultima peste. A suo proposito devo rammentare di restituirgli la copia dell'Aureus De Peste Libellus di Epifanio Ferdinando, sul quale ho potuto istruirmi circa i modi e i tempi del contagio. Proprio in quelle pagine ho trovato conferma ad alcune prassi comuni e diletto nell'apprendere singolari astrusità: addirittura qualcuno ritiene utile, alle prime avvisaglie di morbo, qualche salva di cannone -Pestes bombardarum sonitu expulsae, così raccomandano- e poi mortaretti e campane di notte. Altri consigliano rimedi come lo sterco di gallina o di colombo. Dal canto suo il Ferdinando consiglia falò di legna odorosa, evitare il ristagnare dell'acqua, favorire l'espurgo delle fogne e la pulizia delle strade, provvedere al seppellimento in fosse profonde dei cadaveri e delle carogne degli animali, l'isolamento dei malati e dei sospetti, di far murare le case degli appestati, il rogo della loro biancheria e di guardarsi dalle vespe che possono essere veicolo della malattia. A parte le vespe, erano tutte pratiche a noi ben note e applicate nel dettaglio. Dimenticavo la raccomandazione più ovvia di tutte: chi può fuggire, fugga.»
«Comunque, dopo innumerevoli conciliaboli, tutti quei lumi uscirono senza un nulla di fatto: a parte Fuoli, gli altri tendevano a minimizzare le morti, tutte causate, secondo loro, dalla normale debilitazione estiva. Non tennero minimamente conto dell'ambasciatore che passava il suo tempo, almeno fino a giugno, godendosela grandemente, non proprio come avrebbe fatto un debilitato. Intanto, oltre le chiacchiere amene, la città iniziava a spopolarsi: quasi 20.000 veneziani capirono cosa stava accadendo e preferirono trasferirsi nelle campagne o dove potevano. Speravo solo che con loro non stesse migrando anche il contagio. E mentre quelli fuggivano, agosto andava a chiudersi con altre morti, cosicché il lazzaretto divenne ufficialmente zona interdetta, sebbene nessuno osasse avvicinarsi già dalla fine di luglio. I corpi venivano rapidamente cosparsi di calce viva e seppelliti nella fossa comune.»
«Mentre i fatti erano ormai inequivocabili, chiari ed evidenti, quei tre stavano ancora a discutere amabilmente della debilitazione degli umori, preferendo evitare un semplice sopralluogo al lazzaretto. Si chiama peste e nessuno voleva pronunciare e nemmeno sentire questo nome, tanto che il magistrato da un lato mi concesse un certificato di sanità per circolare più o meno liberamente, dall'altro mi proibì di spargere simili dicerie. Dicerie... Se la fronte è bollente, c'è mal di testa, debolezza, il paziente non dorme, ha nausea, vomita ogni cibo, non sopporta la luce e arriva a delirare, non è una diceria; se montano i bubboni e dopo scoppiano lasciando la via agli umori infetti queste non sono dicerie. Ma nessuno volle ricredersi, anche di fronte all'evidenza delle pustole, dei gonfiori diffusi, di tutte quelle morti. Nel pieno dei suoi poteri il Senato indisse un ennesimo conciliabolo tra 28 esimi medici, il Fuoli, il priore del Lazzaretto e il chirurgo del magistrato, tutti assieme ai Frari. Ingenuamente speravo ne uscissero con una decisione concreta.»
«Nell'inedia del governo, il caldo e l'umido rafforzati dallo scirocco, provocarono altre morti. Tutti furono seppelliti rapidamente, le loro poche cose bruciate assieme ai pagliericci che avevano qui in isola. Era di nuovo la realtà che si imponeva sovrana: il morbo traeva forza dallo scirocco e dalla scarsa risolutezza dell'autorità cittadina. I luminari dei Frari, dopo tanto dibattere, decretarono che non esisteva né contagio né morbo. Si concessero di aiutare il chirurgo del magistrato attraverso un arzigogolato ed esoso sistema di estrazioni a sorte così che due di loro, diversi ogni giorno, lo avrebbero aiutato nel gravoso compito di non dire come realmente stavano le cose. E noi qui, mentre loro estraevano a sorte i loro lauti incarichi, noi continuavamo a fare la spola con Venezia per cercare di assistere i malati e limitare il contagio.»
«Nelle chiese i parroci da un po' avevano capito cosa stesse accadendo e organizzarono le prime suppliche: dicevano dai pulpiti che “i molti peccati nostri sono arrivati con la loro puzza alle nari di Dio Benedetto, onde sua divina Maestà con la sua somma giustizia vuole castigarci”, così dicevano, per loro la colpa era solo dei peccati. Ma l'unico peccato che io riuscivo a vedere era l'incapacità di azione. Senza fantasticare di peccati e peccatori ritenevo al meglio affidarsi a quanto avevamo già studiato e che ci fu tramandato dai grandi medici dell'antichità, i nostri maestri Ippocrate e Galeno che indiscutibilmente ed esaurientemente dimostrarono come all'origine di tutto ci sia una discrasia dei quattro umori. Saprai bene che quando tra sangue, flemma, bile gialla e bile nera vi è una prevalenza di melaina cholé, questa, unita a un'eccedenza del sangue e dell'umore caldo-umido, sarà per forza di cose fonte di putrefazione degli organi interni. È dall'aria e dal cibo che arrivano questi squilibri, dall'aria carica di miasmi e dai cibi putrefatti che giungono ad infettare sin dentro lo stomaco e l'intestino; e non va dimenticato l'influsso del vento, specie quello caldo meridionale, unito al clima afoso e umido. Se poi si considera anche l'aria delle acque stagnanti e degli acquitrini possiamo avere un quadro completo di come, e ancora una volta, proprio nella nostra città e in estate si sia potuto sviluppare un simile disastro.»
«Per tornare a noi, tra luglio e agosto morirono quarantotto persone, il sospetto dilagava inarrestabile tra la gente: i primi a farne le spese furono tutti i non veneziani, mendicanti, ebrei del ghetto, stranieri; tutti furono accusati, più o meno velatamente, di aver contribuito in varie forme e modi a propagare il contagio a danno della repubblica. Negli uffici del magistrato nessuno ammetteva ancora la realtà dell'epidemia: ma cosa aspettavano? Che la città fosse resa deserta e la popolazione falcidiata? Il governo preferì dare retta a quella banda di ciarlatani ai Frari, non ascoltò nemmeno quello che Fuoli aveva da dire. Seppi da un amico che alcuni di quei medici addirittura sparsero calunnie contro di lui per screditarlo, arrivando fino alle minacce. E dietro di loro, solida e arrogante, l'inerzia burocratica della magistratura.»
«A metà settembre ancora nessuna azione ufficiale era stata intrapresa, anzi! ci raccomandarono di limitare il contagio nelle rive dell'isola senza parlare di peste in città, pena l'interdizione. Il Collegio addirittura ammonì Fuoli vietandogli anche di proferire tanto liberamente concetti pregiudiziali ai negozi, al commercio pubblico e privato e alla libertà della patria. Perché in fondo avevano paura di questo: che il commercio e l'immagine di Venezia fosse danneggiata per i prossimi anni. I 28 luminari depositarono dal notaio Benedetto Leoni una dichiarazione giurata nella quale sottoscrissero che non c'era nemmeno il sospetto di peste, in vero senza dare un nome all'evidenza mortifera.»
«La voce del popolo -al contrario- nei fatti aveva già chiamato le cose con il loro nome. Chi poteva scappare, fuggiva lasciando la sua casa sprangata, cercando e sperando in un rifugio in terraferma, portando con sé quel minimo trasportabile. In città iniziarono a scarseggiare i viveri e gli approvvigionamenti, anche a voler pagare il doppio non si trovavano mercanti disposti a rifornire la città e comunque nessun barcaiolo era disposto a trasportarle. Iniziavano a mancare le braccia buone: operai e contadini in campagna, becchini qui in città. Quello che accadeva era lo specchio dell'incapacità e dell'inerzia del governo, mancava il coraggio della decisione, il vigore in ogni azione che doveva essere intrapresa, sia essa diplomatica, militare o civile, come in questo caso drammatico. Gli accordi politici e familiari già da anni avevano preso il sopravvento sulle scelte migliori e così come ancora oggi vengono nominati ammiragli anziani e timorosi, così gli incarichi di amministrazione venivano distribuiti col criterio della convenienza.»
«Qui seguivamo puntualmente tutte le consuete prescrizioni mediche dei maestri e le chiose di chi li ha studiati a fondo, tanto che rilessi i passi del Paradigma del soffio pestifero di Gentile da Foligno, per trovare cura e conforto degli ammalati. Per questo continuo ancora oggi a visitare i pazienti respirando spezie e guardando loro solo la schiena. Avevamo anche predisposto la continua pulizia dell'isola da carogne e cadaveri. I fondachi stranieri ufficialmente erano ancora aperti ma nessuno ne usciva o entrava; stavano aspettando l'inevitabile dichiarazione del magistrato per sbarrare gli ingressi senza offendere la suscettibilità veneziana. Quelli al turco in Canal Grande, da tempo erano già sbarrati e loro evitavano qualsiasi contatto, anche per non essere incolpati della diffusione, se ne stavano rintanati dietro le loro colonne, al tempo delle loro preghiere, guardando cosa accadeva fuori.»
«In isola si continuava a morire di peste ma ufficialmente, per la città qui si moriva e basta, senza imbarazzanti dettagli ufficiali. Intanto i 28 sapienti, di fronte all'evidenza del male, fuggirono a gambe levate e con varie scuse, ripresero armi e bagagli tornando alle loro cattedre sicure, lasciando la città all'ineluttabilità del suo destino. E forse servì proprio questo per destare il governo dal torpore inerte, convincendolo a prendere le prime, timide iniziative. Subito, forse anche per vendetta o forse solo per rifarsi un'immagine agli occhi del popolo, li condannò all'esilio perpetuo; poi decretò che tutti, sia malati che sospetti, fossero trasferiti qui al Lazzaretto Vecchio, le loro case sbarrate e tutti gli averi, mobili, biancherie e vestiti, tutto bruciato. In verità devo dirti che io stesso, con questi occhi, vidi ben pochi roghi; probabilmente qualcuno credeva di guadagnarci nella notte.»
«Il magistrato alla Sanità organizzò un deposito protetto per le masserizie di quelle poche famiglie ancora non contagiate, così non avrebbero rischiato di perdere tutto se la casa si fosse rivelata infetta. La città era ridotta ad una scenografia splendida e tetra, senza attori, le calli trafficate fino a pochi mesi prima, lasciavano crescere l'erba, con magazzini e fondachi chiusi. La notte nelle calli buie era tutto un brulicare di topi che correvano indisturbati sul margine, infilandosi rapidi nelle crepe o nei portoni socchiusi e abbandonati. La voce popolare li riteneva causa del contagio; ancora oggi io non ne sono del tutto convinto, ma vorrei verificarlo, a Dio piacendo.»
«Alla fine di settembre i lazzaretti nuovo e vecchio stavano scoppiando e avevo netta e chiara l'impressione che il peggio non fosse ancora arrivato. Le barche degli ammalati facevano la coda qui all'attracco dell'isola per scaricare la loro merce putrida; in città la piaga rendeva evidente il lato bestiale degli uomini. Gli infami traffici si facevano alla luce del sole, iniziarono i saccheggi e la compravendita clandestina di mobilia e altri averi provenienti dalle case abbandonate. Nonostante le esecuzioni sommarie degli sciacalli -il muro di San Salvador è già crivellato di proiettili- la notte si susseguivano traslochi sospetti, si sentivano urla strozzate e tonfi attorno allo sciabordio dell'acqua nei rii. Questo, oltre ad essere umanamente ripugnante, ero certo che contribuì ad accelerare, semmai ce ne fosse stato bisogno, la diffusione del contagio.»
«Fu organizzato anche un servizio notturno nei sestieri per raccogliere i cadaveri così da radunarli alla mota di Sant'Antonio, dietro Sant'Elena, in attesa del trasferimento al Lido per la sepoltura. A questo compito gravoso furono cooptati tutti quei detenuti ancora in forze; ma i farabutti, proprio per la loro esperienza, non avevano remora nel rubare quanto volevano e potevano, nonostante -o meglio, a volte- coll'aiuto dei militi a guardia. Quello dei loro sonagli era rimasto l'unico, spettrale suono nelle calli veneziane, sempre accompagnato dai gemiti di chi era abbandonato a se stesso. Il canale a Sant'Elena era ormai intasato di chiatte cariche di corpi e non si riusciva più a manovrare, tanto che i morti rimanevano lì, giacevano all'aperto per giorni prima di essere mossi. Il morbo ebbe così libera la via dell'aria dopo essere uscito dalla terra.»
«Come se non fossero bastate le troppe e inutili voci che circolavano, furono richiesti consulti medici anche all'estero e Venezia si riempì di dottori tedeschi, francesi e spagnoli che, alla non misera somma di ottanta ducati al mese, si sentivano autorizzati a tutto, anche al crimine, andando di casa in casa, di malato in malato, rubando quanto possibile, arrivando anche all'omicidio. Assieme a loro, nei nostri serenissimi territori, si riversò uno sciame di sciacalli e approfittatori; i primi in cerca di case vuote e morti da depredare, gli altri che offrivano antidoti e medicamenti miracolosi. Sostenevano che le macerazioni di vino e spezie fossero in grado di ripulire la pelle dei malati e gli oggetti di casa; questi preparati, nelle loro mille varianti, andavano a ruba sull'onda della disperazione, sempre che si riuscisse a trovarli e ad avere a disposizione il denaro sufficiente. Male di certo non facevano, in fondo erano solo profumi, unguenti, incenso e fumi di mirra, tanto raffinati quanto superflui, ma certo non avrebbero mai potuto risolvere quanto promettevano. Ognuno di loro riteneva di avere la medicina infallibile, diffamando chi, come tutti noi qui in isola, cercava di fare qualcosa di concreto.»
«Dal canto mio, preferivo la valida, tradizionale esperienza medica dell'Università di Padova e continuavo a consigliare pasti leggeri, con carni magre, verdure, pane ben cotto, niente fritti o dolci; ho constatato quanto sia meglio dormire in una camera profumata, con lenzuola pulite e le finestre chiuse ad eccezione di quelle a settentrione. A volte può essere favorevole un salasso prima di intervenire col chirurgo per spurgare le piaghe. È comunque bene che il sangue estratto venga bruciato nel forno delle cucine.»
«Se non fosse per i morti che lasciavano liberi i posti, la situazione sarebbe stata senza via d'uscita; il flusso dei malati era ormai inarrestabile, i burchielli carichi accostavano anche la notte, scaricando veloci e mollando l'ormeggio il prima possibile. Ci si mise anche il maltempo d'autunno rendendo impossibile trasferire le chiatte al Lido. Il Senato annaspava, e non era una novità, alla ricerca di una soluzione per smaltire quei cadaveri che rendevano mefitica anche l'aria di Sant'Elena. Chiesero lumi ad ogni medico e furono proposte soluzioni tanto incredibili quanto, guarda caso, dispendiose. L'unico ad aver proposto qualcosa di sensato fu proprio Fuoli che suggerì di cospargere tutto con calce viva, svuotare il canale e interrarlo, barche comprese. Fu inoltre decretato che ogni contrada provvedesse direttamente a trasferire i propri morti al Lido, senza altre fermate. Solo a settembre furono 1.168, in barba alla prosopopea degli universitari fuggitivi.»
«Praticamente tutti i malati in isola presentavano evidente la malattia, e negli altri attendevamo che si manifestasse chiaramente. Li tenevamo separati utilizzando l'edificio a borea per i malati e quello a ponente per i sospetti. Nella mia esperienza ho avuto modo di notare come la piaga preferisca le donne, meglio se giovani e dai tratti delicati. A sentire la voce di Alvise, il barcaiolo di San Tomà, sembra che nonostante questo, i pizzegamorti ebbero idee immonde: una sera ne furono mutilati e fucilati quattro che stavano prendendosi divertimento.»
«A quel punto era ormai evidente che l'unico che potesse fare qualcosa era l'Altissimo tanto che il Consiglio decretò il voto solenne per la fine della peste: la realizzazione di una chiesa, la più imponente immaginabile, dedicata a Maria Vergine della Salute. Il doge pronunciò la formula solenne e vincolante in San Marco, di fronte a tutta la popolazione poggiò il cappello ducale ai piedi del crocefisso dichiarando l'intenzione per ottenere la fine dell'epidemia. Era solo un gesto, ma vedere quel cono calato fino a terra, diede inequivocabile la misura dell'impotenza. Per lo scioglimento del voto furono incaricati dal Senato i cavalieri e procuratori di San Marco, Simone Contarini e Gerolamo Soranzo, assieme a Marco Molin. La scelta del luogo ricadde su un terreno presso la punta della Dogana, alla chiesa e ospizio della Trinità dei cavalieri teutonici, dietro i magazzini del Sale. Se solo, a tempo debito, avessero dato più retta all'evidenza e al buon senso e meno alle opinioni, avremmo risparmiato lutti, denaro e voti.»
«Ai primi di novembre il flusso dei malati era inarrestabile, a ottobre ne arrivarono oltre 3.500 e ne morirono 2.120, ma sapevamo bene non che sarebbe bastato ancora, troppo diffusa era la promiscuità, il saccheggio e il furto di tutto, anche di vesti lerce e biancheria unta. L'epidemia cambiò il modo di vivere, il freddo dell'incipiente morte fece abbandonare ogni remora morale a vantaggio del godimento del presente impermanente. Dei medici e ciarlatani stranieri, sia resa grazia alla giustizia divina, ne morirono ottantasette proprio per mano del morbo divenuto sempre più forte e aggressivo. Erano ormai quindici giorni che dormivo direttamente al Lazzaretto, andai in città solo per il voto in San Marco, e non sapevo più cosa fare: se non proprio curare, almeno cercavo di limitare ciò che appariva inarrestabile. Il lavoro era continuo e avevo pochissimo tempo anche per aggiornare le mie note. Solo nella giornata precedente al voto solenne morirono oltre seicento veneziani, senza contare tutti i mendicanti forestieri, trasferiti nei lazzaretti a prescindere dal loro effettivo stato di salute. Questa decisione trasformò le isole in veri campi di concentramento dai quali difficilmente si usciva vivi. La vita era divenuta impossibile tra la paura e la scarsità di cibo. Il governo garantiva l'assistenza e il vitto gratuito a tutti i meno abbienti: in cambio impose il controllo delle case ritenute insalubri, sporche e comunque povere. Era compito dei medici segnalare ogni nuovo caso, anche solo sospetto; le case venivano immediatamente sigillate con tutti gli abitanti all'interno; solo i pochi in possesso di un certificato di sanità potevano interrompere l'isolamento e comunque erano tenuti al trattamento dell'aceto prima e dopo aver toccato oggetti appartenenti agli infetti. Tutti i medici a contatto con i malati furono obbligati ad indossare la toga incerata, la maschera con gli occhiali e un lungo becco riempito con le spezie e ogni medicamento riconosciuto necessario ad evitar loro il contagio. Tutti gli altri cercavano di difendersi come potevano.»
«Sorsero anche problemi contingenti: ad esempio chi aveva qualcosa da lasciare era già nella difficoltà di trovare un ufficiale per redigere le ultime volontà, nessuno voleva correre rischi inutili. Mi fu riferito di ammalati alla finestra che gridavano il loro testamento al notaio in calle. Dal canto loro i preti presero a raccogliere la confessione dei moribondi senza avvicinarsi, mandando fuori dalla stanza i parenti, cosicché il malato potesse parlare ad alta voce. Queste due condizioni lasciarono ampio spazio a numerose menzogne e truffe ai danni di parenti ed eredi legittimi. Se sia stata verità, questo non so dirtelo. Di sicuro era irrilevante.»
«Il mese dei morti mantenne fede al suo nome, seppellendo 14.465 cadaveri. La vita in città, già difficile, era divenuta impossibile tra la paura e la scarsità di cibo, la fretta di seppellire i cadaveri che non lasciava spazio alla pietà e sempre più spesso era divenuta occasione di sopruso e rapina. Certo non era il caso delle famiglie patrizie che riuscivano a farsi curare in casa propria; ne sentii addirittura qualcuno lamentarsi per l'assenza di feste e serate nei casini. Qui in isola invece, esaurimmo le scorte di aceto. In laguna erano state bruciate quattro navi cariche di merci appena arrivate da levante e sospette di contagio. Ciascun sestiere era stato organizzato attraverso un commissario alla sanità e tutti i medici, chirurghi e speziali rimasti, quelli ancora capaci di stare in piedi, lavoravano nei lazzaretti. L'unico andirivieni tra la città e il Lido era quello dei burchielli della sanità, cumuli di morti galleggianti, lividi, emaciati con il corpo devastato dalle piaghe. I rematori, scelti preferibilmente tra coloro che avevano superato la malattia, erano esausti e tutti portavano sulla pelle i segni dei bubboni, ma almeno la potevano raccontare. Notai, e tienilo a mente, che nessuno di loro fu più contagiato.»
«Ormai non si faceva più caso a fornire i conforti, i funerali erano celebrati solo con una spruzzata di acqua santa e una di calce viva, con buona pace delle pratiche ortodosse del Concilio Tridentino. Capitò anche che nella fretta finirono nelle fosse comuni i vivi: due donne le tirai fuori io stesso qui in isola, erano ammalate ma confidavo nella loro fibra; speravo, altro non potevo fare. Da qualche settimana la peste aveva trovato un nuovo potente alleato nella superstizione. Circolavano voci su unzioni malefiche, fantasmi ed esseri demoniaci che avrebbero sparso i semi del contagio. Una mattina trovammo nella fossa il corpo di una donna con un mattone tra i denti; chiesi spiegazioni in giro e solo dopo molta insistenza, a mezza bocca, mi è fu detto che la sera qualcuno aveva visto il sangue uscire dal suo naso e avevano pensato ad un diabolico naczere. Quello ci cui non avevamo proprio bisogno era un nuovo morbo e soprattutto nuove paure. In più, come se la peste e la superstizione non fossero bastate, non potemmo più contare su rifornimenti puntuali, avevamo esaurito le riserve, persino i pagliericci che bruciavamo alla morte degli ammalati.»
«Non ce la faccio più a leggere in questa penombra; ma non aprire gli scuri, piuttosto dammi qualche istante di riposo. Mi fanno male le gambe e le braccia; tieni! non riesco nemmeno a tenere in mano questo diario; e stai tranquillo, usa quello straccio umido di aceto, gli odori li sento ancora; hai esitato qualche istante prima di allungare il braccio. Comunque non temere, tu ci sei già passato, hai le cicatrici che lo testimoniano, sono sicuro che non ci ripasserai più. Ti confesso che ancora non ho capito perché, ma chi è stato colpito dal morbo, superata la crisi, le febbri e le infezioni, in poco più di due domeniche, colui che sopravvive a questo diabolico effluvio è salvo: vedo che non sei convinto e hai paura, e fai bene. L'importante è aver disposto il rogo degli indumenti e dei pagliericci dei morti di oggi. E non domattina, come fu la scorsa settimana: è importante bruciare tutto al più presto. Lì sulla riva è troppo semplice rubarli, domattina troveremmo molto meno di quanto si sia accumulato e il morbo avrà trovato nuove ed altre vie per diffondersi. Comunque va bene lo stesso, a questo punto non credo che faccia molta differenza. Ora fammi davvero chiudere gli occhi un attimo.»
«Quindi? Ah, già... eravamo giunti al 1631. A Dio piacendo il nuovo anno sembrò portarci un gradito regalo. Mentre dicembre seppellì... ah, ecco: 7.641 persone -con loro arrivammo a 25.442- rispetto a novembre il contagio pareva aver perso energia o forse gli stava venendo meno la materia prima. Venezia era la somma dei tanti fantasmi di sé stessa e le notizie che giungevano dalla terraferma, dove ordine e timore di Dio erano ormai solo un ricordo, sembravano mostrare un'orribile situazione, ancor peggiore. Nelle campagne di Conegliano reputarono finito il contagio, dunque proclamarono una processione di ringraziamento a San Sebastiano. Evidentemente nessuno riusciva a capire che il contagio è sempre uno e continuo e non molti e seguenti. Ma le notizie erano vaghe e frammentarie, giungevano voci di infezioni causate dall'ingordigia, di sommarie esecuzioni di chi violava la quarantena o la ristrettezza. Noi facciamo del nostro meglio per la nostra cura e protezione: intingiamo il pane nel vino, usiamo fiori di garofano per la disinfezione, facciamo uso quotidiano ma distante di elettuari disintossicanti e confortativi. La teriaca la produco io stesso anche se qui è difficile reperire carne di vipera, quando invece di angelica, centaura minore e genziana qualcosa si trova; mirra, incenso e oppio me li fa avere un amico di Dorsoduro. Mi è impossibile invece trovare del vino di Spagna, per questo mi accontento di quello che trovo.»
«Gennaio mangiò solo duemila anime, il morbo sembrava davvero più debole, a dimostrazione dell'esatta teoria antica dell'aria umida e calorosa. Se fosse continuato così, entro la fine della primavera avremmo potuto esserne fuori. Il governo cercava, disperato e solenne, di mantenere un abito consueto nelle celebrazioni, l'8 di gennaio il doge e la signoria tutta si recarono in san Pietro di Castello per la venerazione del proto-patriarca san Lorenzo Giustiniani.»
«Anche febbraio fu clemente. Grazie al freddo dell'inverno la peste, poco alla volta, sembrava scemare ma aveva ancora la forza di trascinare con sé morte e disgrazia: di cadaveri, quel mese, ne contammo duemila; non riesco a dire “solo” perché sono stati altri in aggiunta ai 27.000 che già erano finiti sotto calce e terra. L'economia era devastata: oltre alla manodopera -la prima ad andarsene- fu stroncata anche l'imprenditoria e il commercio; pochi spedivano a Venezia e nessuno voleva ricevere nulla di quei pochi beni che ancora giacevano nei fondachi. Tutto era fermo, anche l'aria. C'erano campi nei quali era impossibile respirare per il fetore dei cadaveri gettati dalle finestre. Per i rii passavano barche di pizzegamorti che urlavano “chi gà morti in casa li buta zoso in barca”. Quelli che non trovavano un passaggio, erano abbandonati in calle nella speranza che qualche anima pia li potesse trasportare prima possibile al Lido, ma anche lì la situazione era divenuta drammatica: le campagne scelte per le fosse comuni erano esauste, esaurite e ci si spostava sempre più a sud, verso Malamocco e le Terre Perse; scavare le buche era reso difficoltoso dall'affioramento dell'acqua salmastra, tanto che ormai ci si accontentava di un velo di terra e anche oggi puoi riconoscere le fosse piene dal colore livido di calce.»
«Quindi ti dicevo che a febbraio l'epidemia sembrava essere agli sgoccioli e invece marzo aveva preteso altri morti; il 25 era la data stabilita per la posa della prima pietra della chiesa votiva alla Dogana. Avevano preparato tutto, anche la lapide e alcune monete coniate per l'occasione, invece il doge Contarini stava già male e tutto fu rinviato al primo di aprile: in quella data il patriarca Giovanni Tiepolo e il consigliere decano Giustiniani, visto che Contarini non ce la faceva, avevano posto la prima pietra, chiudendo sotto la lapide le 11 medaglie. Il doge era finito e morì il giorno dopo. Il 10 fu eletto il successore nella persona di Francesco Erizzi. Aprile chiuse i suoi conti con altri duemila morti, eravamo a 33.821. In terraferma si diceva che ne fossero morti mezzo milione, che Dio abbia pietà di noi se veramente il nostro peccato ci fece meritare questo castigo. La mia stanchezza era acuita dal senso di impotenza, per uno che usciva butterato ma vivo, ne vedevo morire quattro, non avevamo più viveri, i medicamenti e il materiale per l'ospedale scarseggiava. In città, nel bene o nel male, si riusciva a controllare il flusso del morbo, ma in terraferma la fuga dalla malattia di coloro che si reputavano sani, la stava diffondendo fino alle montagne.
Tra maggio e giugno se ne andarono quasi altri settemila; a forza di numeri ormai mi sembrava di essere più che un medico, il contabile di un commercio funesto inevitabilmente in perdita. Avevamo sperato nell'esaurimento della piaga e invece, certamente per il caldo umido di inizio estate, la furia riprese. Nessuno cercava più di fermarla, il contagio senza freni percorreva ogni calle più e più volte, tornando dove era passato, come a terminare un lavoro lasciato in sospeso; invece tutti noi tentavamo di stargli dietro arrancando nelle cure, tenendo al meglio il conto di morti, trasporti e frettolose sepolture.»
«Il sei di settembre diedero inizio ai lavori della chiesa votiva. Il progetto prevedeva la posa di non so quante migliaia di pali per la fondazione, sempre che sulle montagne fossero rimaste braccia per tagliare gli alberi, che in barbarìa ci fosse ancora la forza di lavorarli e alla dogana qualcuno con l'energia per piantarli. Questa peste diabolica, tra luglio e agosto, ha ucciso altri 4.365 veneziani. Forse avevano davvero ragione le voci che davano la colpa agli emissari segreti del Turco, o quelle che pensavano i topi responsabili di tutto. Da medico tutt'oggi mi domando perché poi i topi e non allora le pulci e i pidocchi, a questo punto qualsiasi ipotesi può essere vera.»
«E siamo giunti ad oggi. Due settimane fa ho notato su di me gli esordi della malattia: non riesco a mangiare se non qualcosa, ma poco, di caldo e liquido, mi fa male la testa, gli arti dolgono, da allora la sera mi scaldo sempre di più. Eppure ho seguito puntigliosamente tutte le consuete prescrizioni mediche. È evidente che nemmeno il becco speziato riesce a fermare l'alito fetido; nemmeno il mantello cerato e la bacchetta con la quale visitiamo i malati. O forse il morbo ha ripreso a scaturire più vigoroso dalla terra, risalendo lungo gli arti inferiori per scendere infine nei polmoni, proprio non saprei cosa dire. Ho anche sentito parlare degli studi di un gesuita tedesco, se rammento bene fa di nome Attanasio Chirche, che attribuisce la causa dei morbi a certi organismi tanto piccoli da non poter essere visti nemmeno con una lente. Personalmente, come medico, non riesco a capire come qualcosa di tanto piccolo da essere invisibile, possa causare tanto danno, ammesso che una cosa simile esista davvero.»
«Comunque ho deciso: se ne esco vivo lascio Venezia e me ne torno a Padova. Sebbene il magistrato alla sanità abbia imparato a conoscermi, ormai sono stanco. Stanco di tutti i traccheggiamenti politici che hanno aiutato il contagio, delle convenzioni e gli accordi di convenienza che hanno sperperato migliaia di ducati a tutto vantaggio della morte e di qualche incompetente borioso. Sono stanco di questo atteggiamento fintamente prudente e realmente inconcludente. Ci siamo rassicurati nella nostra gloria repubblicana senza capire che alla fine sono solo due gruppi di potere che si fronteggiano in un equilibrio concordato, scambiandosi vicendevolmente cortesie, favori e incarichi. In tutto questo stanno portando il nostro stato nel baratro, ma sempre nel pieno e rigoroso rispetto delle regole repubblicane. Non riesco più a sopportare questa ipocrisia istituzionale, credo proprio che tornerò nella mia casa, accettando quell'incarico di giureconsulto. Comunque ti chiedo e faccio una raccomandazione: se al contrario non dovessi superare la crisi, assicurati che tutti i miei appunti siano bruciati assieme ai vestiti.»
«Per me questa sarà una settimana decisiva: ormai anche la minima lama di luce mi ferisce, poi il buio mi rinfranca dal bruciore e dal dolore alle tempie. Le mie dita possono scorrere sui gonfiori sotto le braccia e nell'inguine, con ogni probabilità dovrò farli inciderli a breve da qualche collega, il Malipero forse, di lui mi fido. O alla fine proverò a farlo io stesso. Comunque la finestra a settentrione è aperta, le lenzuola sono pulite, l'aria è rinfrescata e profumata e i miei medicamenti sono accanto al letto, posso timidamente avere fiducia.»
«Tu sei un bravo medico, ancora giovane ma bravo, scrupoloso, rispettoso della tradizione e assieme attento alle nuove ricerche. Qualche giorno fa mi hai detto di aver avuto tra le mani il primo volume di una nuova opera pubblicata a Londra un paio d'anni or sono, una sorta di compendio medico farmaceutico. Dai un'occhiata anche al testo di Epifanio il Vecchio che ha ripreso, tra l'altro, l'esperienza pitagorica cercando nuova medicina nella musica. A detta di colleghi degni della massima fede, pare abbia conseguito risultati eccellenti nella cura del morso del ragno tarantola. A suo tempo io stesso ebbi modo di consultare a Padova il Sertum Papale de Venenis, nel quale le note musicali, opportunamente accordate con la causa, la malattia e con il malato, sembrano provvedere da toccasana. Inoltre il mio collega Salomone, medico in ghetto, mi ha parlato più volte di un antico volume arabo dal titolo impronunciabile nel quale si tratta della musica come medicina, ma questo mi sembra improbabile vista l'approssimazione di chi me lo ha riferito. Queste nuove ricerche, le nuove teorie, forse tutto ciò potrà portare sollievo, con l'aiuto di Dio, all'attuale e alle future impotenze. Ormai manca poco al Redentore, per ricordare la fine dell'ultima epidemia, spero che almeno Lui continui a proteggerci.»
Venerdì 21 novembre 1631 il governo veneziano fa partire i dispacci verso le capitali europee dichiarando la fine del contagio. Il dottor Non, superata la malattia, si è trasferito a Padova terminando la sua carriera presso l'Università degli Studi. Il suo aiutante ha avuto un incarico al lazzaretto per interesse del magistrato alla sanità. Nel complesso la peste del 1630-31 causò la morte di quasi un terzo della popolazione: 46.489 morti nella sola città di Venezia, 35.686 a Murano, Malamocco e Chioggia, oltre 600.000 nella terraferma veneziana per un totale di 682.175 morti. Il costo complessivo per la repubblica fu di 30.000 ducati, escludendo i costi derivanti dalle passività commerciali, dal crollo della produzione e dalla perdita delle conoscenze artigiane. La Basilica di Santa Maria della Salute fu consacrata 56 anni più tardi, il 9 novembre 1687.