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esafluoruro di zolfo

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Non so perché sono qui, non so chi sono né da chi vengo. L’unico credo è il grasso che stendo sui miei muscoli; l’unica certezza è nel mio corpo lucido e abbronzato; l'unica forza sono le mie braccia capaci di brandire pugni come clave; sono le uniche sicurezze capaci di proteggermi da questa realtà che mi circonda e non capisco, mi impegno ma non capisco, che prova a schiacciarmi in ogni modo e non so perché. Ci sarà ben un motivo ma non lo capisco, non riesco, l'Altissimo sa se ho tentato di farlo ma non riesco a farmene ragione.

E questo sciame di mosche che mi riempie la testa e mi offusca la vista, questo sciame nero come l'acqua dello Stige che riempie il mio sguardo, io senza più una goccia di latte o una moneta sulla lingua, intrappolato tra lo ieri e il mai più. Vola lo sciame, preme da dentro e non riesco a sopportare il dolore.

Si faccia avanti chi osa dire che fu quel remo sulla nuca, avanti! venga a dirmelo guardandomi dritto negli occhi; vediamo chi osa ancora scambiare il fendente di piatto con un volgare remo; vediamo chi osa confondere la battaglia con l'umano lavoro. Vediamo chi ha a noia la sua vita. E nel caso, che spenga quell'unica lucerna ad olio che da sola basta a farmi scoppiare il dolore nella testa. Basta quel raggio fioco. Basta. Basta tutto.

Ricordo qualcosa della mia infanzia, ricordo mio fratello, ricordo la reggia, ricordo gli anni della formazione, i maestri li ricordo tutti: mio padre Anfitrione mi insegnò l'equitazione, la doma e la guida dei carri; Chirone la medicina e la chirurgia; altri ancora l'arco, le armi; più di tutti rammento chi mi entusiasmò al pugilato e alla forma fisica. Per altro motivo rammento chi tentò invano di insegnarmi la musica; ma io da sempre sono fatto per la forza e non per la delicatezza, le mie mani sono da clava e non da lira, lui non voleva capirlo finché non lo vidi morto ai miei piedi. Lui che discendeva da Apollo, lui che voleva ammorbidire la mia forza, lui fu sopraffatto perché la forza fisica sconfiggerà sempre la presunzione dell'intelligenza. Per la prima volta conobbi lo sciame nero.

Fui allontanato dalla reggia, la mia prima espiazione, la prima di tante altre e vissi con i pastori dei boschi, solo Chirone mi volle raggiungere insegnandomi le leggi scientifiche e morali. Al termine di quegli anni felici riapparvero le mosche, quel ronzio, quel disgusto, quel nero che mi avvolge lasciandomi compagno del dolore lancinante. Fu allora che vidi quelle due donne: si avvicinavano a me camminando, quasi scivolando. La prima bellissima, il seno florido e pieno; la seconda austera, algida e solenne. Nessuna parlò mentre ciascuna mostrava il suo sentiero: il primo erboso e del piacere, l'altro petroso del dovere. Giuro sul padre di tutti che io scelsi il primo, ma i passi mi portarono all'altro e quella scelta, ancora una volta non scelta, piegò la mia vita già sottomessa all'imponderabile.

Lasciai quei pastori e i miei boschi amati per rientrare nel mondo, camminavo seguendo l'usta del dovere, cercando lì dove mancava il bene che io potevo portare. Alcuni videro subito in me il contatto col divino, come ad esempio Tespio che, per avere la mia discendenza, mi concesse le sue cinquanta figlie ignare, ma questo lo seppi dopo, per me era sempre la primogenita che da me ebbe i gemelli. Altri assaggiarono la mia giustizia primigenia: furono banditi e ladruncoli, ma era solo l'inizio, i primi gradini di una rapida erta. Poi Termero, il leone del monte Citerone, Ergino e i suoi arroganti araldi cui tolsi naso ed orecchie. Al fianco di mio padre e di mio fratello, con le armi divine e la protezione di Atena, sconfiggemmo quegli empi e Guerra si prese mio padre scambiandolo con la mia sposa Megara radiosa e riconoscente.

L'inquietudine riuscì a rapirmi ancora una volta. Partii con Giasone e gli Argonauti, andai con Hylas bellissimo che rapii al cadavere del padre. Camminai su un sentiero già segnato da tracce di sangue lasciate per volontà, errore o equivoco. Seguii scelte di altri, subii divini risentimenti per ciò che mai commisi. Tornai dopo anni, mai stanco, sempre radioso nella mia forza, muscoli possenti al servizio di sciami neri.

Furono quelli gli anni sereni, le mosche sembravano scomparse, la mia sposa mi diede figli forti e bellissimi; tutto meraviglioso, quasi troppo, finché Lico non la violò ed Era assieme a Rabbia non smossero nuovamente quel maledetto sciame nella mia testa: tutto divenne ancora sordo e nero, un lungo sonno senza riposo. Al mio risveglio mi sorrise lo scempio e le mie mani lucide di sangue: i corpi dell'infame, di Megara e dei nostri figli giacevano scomposti. Quella radura serena della mia vita si richiuse costringendomi nuovamente al sentiero del dovere.

Scelsi ancora l'esilio nella solitudine mentre qualcuno mi convinse a chiedere all'oracolo. Decise quindi Apollo per voce della Pizia, dalla bocca piena d'alloro; si schiuse il ciclo della mia doppia espiazione per quello sbaglio che non fu mio: doppia perché servo, doppia perché umiliato. La mia prigione senza sbarre è sempre stato il fato inciso a pelle: umile servo di chi usurpò con l'inganno ciò che era mio di stirpe e diritto. Tutto per quell'errore di un solo istante, quando le mosche mi accecarono una volta di troppo regalando mia moglie all'Ade.

Ciò che ricordo sono i cadaveri degli amici che lasciai lungo la mia vita, giuro ancora che mai lo feci volontariamente: o fu per sbaglio o per quel buio. Ricordo tutte le fatiche contro gli scarti degli dei, abomini della creazione, o per i capricci di qualcuno; il mito ne rammenta dodici ma non so più distinguerle dalla fatica della mia intera esistenza alla ricerca di quiete e naturale purezza. L'impossibilità del riposo come fu per quella giovenca tormentata dal tafano di Era; appena qualche istante per riempire il torace di aria, sentire i muscoli tesi e poi riprendere la fatica che mai si è interrotta.

Ogni ipotesi di felicità mi è sempre stata suggerita e mai completamente realizzata. Prima Megara e ora Deianira: felicità in potenza, tragedie in atto. La chiave di tutto era nel mio nome, quell'ironia del destino, lo scherno fatto suono: io sono la gloria di Era, ma la mia sola memoria la indispettisce, non vuole saperne di me quasi le ricordassi un dolore da schiacciare. Acheloo e Nesso sono gli ultimi tra coloro i quali scelsero l'inganno per sconfiggere la mia forza naturale., lucida e assolata, tesa, armonica. Sono gli ultimi e ne subisco la menzogna: Deianira e Iole, gelosia e fraintendimenti, ingannevoli soluzioni come questa tunica che mi avvolge e divora nelle sue fiamme.

Eppure scelsi la devozione predisponendo i riti di ringraziamento per la vittoria. Quel fuoco sull'altare scaldò poco alla volta il veleno del sangue di Nesso intriso nel tessuto; quei muscoli lucidi avvamparono sempre più a fondo, fino al cuore, fino al centro del ventre, nelle ossa. Potevo vedere la mia caducità, la mia debolezza che stava sciogliendo ogni forza. Cosa potevo fare? intrappolato tra la mia parte mortale e quell'immortalità che mi separava dalla consolante Morte? Cosa potevo fare? L'unica cosa che sapevo fare: uccidere ancora una volta. Lica mi portò la fatidica veste, Lica giace ai piedi dell'altare, Lica che nulla aveva commesso, Lica che pagò ciò che non prese. Solo ora Deianira comprende l'inganno e segna la sua vita con la punta di una spada.

Ma la mia voce si solleva profonda, la forza che mi ha sempre confortato, ancora una volta mi è stata d'aiuto nello sradicare gli alberi e io innalzo la mia stessa pira. Nessuno ha avuto il coraggio di accenderla, solo quel pastore mi ha aiutato mentre qui brucio avvolto dalla pelle del leone. Ora tutti intonano lievi canti funebri mentre io Herakles finalmente brucio, dissolvo il mio umano, muto in divinità trascendendo l'equivoco della mia nascita, della mia vita. Finalmente per sua misericordia e nel rombo di Zeus mio padre, proprio lui mi rassicura riguardo al mio futuro sull'Olimpo al fianco di Ebe divina coppiera, per contrappasso entità del perdono e della misericordia che mai conobbi. Come naturale e giusto si è avverata la voce dell'oracolo, quel poco pensare cui posso ambire: morire per mano di un morto.

È capitato a tutti: impari qualcosa, sei felice, ti dimentichi di frenare. Paolo Sorrentino - Youth

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