
diario di bordo memorie quotidiane
Esiste una stanchezza dell'anima per cui non basta il riposo fisico. Ci vuole il mare, il silenzio, poche parole, pulizia dei comportamenti, senza ascoltare o dare peso alla stupidità. Respiri lunghi guardando il cielo, leggendo un libro sorseggiando un caffè, sorridendo ad un pensiero, piangendo senza vergogna. Esiste la stanchezza del cuore: ha bisogno di abbracci che regalino la primavera quand'essa tarda ad arrivare.
2023.07.17 degli ancoraggi 1 Questa volta è il levante a molestare ma non troppo; è girato da grecale dopo l'alba e si è affermato, non troppo ma da considerare. I motori ronfano a 1800 giri e la prua è verso cala Granara. Lì daremo fondo all'ancora per un'ora più o meno. Ma cerchiamo di usare i temi i corretti: si da fondo all'ancora, gettare l'ancora è un'estrema manovra di emergenza quando le marre non vogliono più abbandonare le rocce. Se proprio non si riesce a liberarla giocoforza la si deve abbandonare con tutta la catena. Buona norma è marcare il punto per cercare di recuperarla in un secondo momento. Noi (grazie al cielo) stiamo per limitarci a dare fondo e c'è una procedura precisa, quasi algida, valida come può essere valido un concetto generale. La teoria è una mappa della realtà e la mappa non è il territorio, al massimo è un'approssimazione, ma da qualche parte bisogna pur iniziare, quindi prevediamo una morbida accostata sottovento e subito dopo scontreremo all'orza così da trovarci prua al vento con l'ancora appennellata sul punto prescelto; poi via a filare la catena contando sul fatto che il levante ci spingerà indietro stendendo il calumo sul fondo. Quanto calumo? Come ogni teoria anche questa è compiuta in se stessa e allora daremo da tre a cinque volte il fondo, in funzione del vento e delle onde. Ultima operazione sarà verificare la tenuta: attenderemo l'abbrivio, le maglie che si tendono, l'ancora agguantata al fondo, la barca che ha un ultimo sobbalzo prima di fermarsi. Va bene, motori spenti, fine dell'ancoraggio. E fin qui la teoria che, come abbiamo detto, è compiuta in se stessa.
2023.07.17 degli ancoraggi 2 Abbiamo anche detto che la mappa non è il territorio e la teoria è solo una rappresentazione interpolata della realtà. Qui siamo nella realtà e cerchiamo di riconoscerne la teoria, ansiosamente aneliamo ai suoi rassicuranti assiomi, ai conseguenti teoremi e postulati. Ma la realtà inconoscibile rimane tale e non c'è tempo per ricercare una teorica perfezione; noi vogliamo semplicemente ancorare. Siamo ancora a mezzo miglio dalla costa, vedi? La rada di destinazione è quella, no non quella sotto i pini, quell'altra a dritta circondata dal mirto. Non c'è nessuno ora, sicuramente altri ci sono passati ma preferisco pensare di essere il solo. Potremmo metterci con la prua sull'azzurro tenendo conto dello scoglio affiorante. Il fondale è di tre metri più o meno, con quest'onda daremo circa 12 metri di catena che insieme alla lunghezza dello scafo fanno venti metri di ruota dall'ancora. Siamo al limite, appena un margine prima dello scoglio. Basterà per accendere i motori e manovrare? Comunque muoviamo a motore, accostiamo sottovento e poi scontriamo fino ad arrivare con la prua sull'azzurro che indica la sabbia, ma la corrente ci sposta, il vento anche, correggo continuamente proprio come in motocicletta e forse il trucco è proprio questo a vela, in moto, nella vita: correzione continua, attiva e proattiva ma continua; e a volte non basta nemmeno. Ma non c'è tempo per inseguire la perfezione. Cerco l'acqua chiara di quel banco di sabbia, ancorare sulle posidonie è inutile poiché quando credi di aver preso loro ti lasciano quest'illusione e quando lo avrai capito sarai ormai alla deriva, nella fortuna potrai recuperare, altrimenti ci sarà qualcosa dietro a fermarti o peggio gli scogli: troppo tardi. Fino a tre metri la catena dal verricello al nasone è tesa, poi si rilassa quando l'ancora incontra il fondo. Motori in folle, finisce l'abbrivio, inizi ad arretrare, continui a filare fin'oltre il segno dei dieci metri più o meno, dovrebbe bastare. Non c'è tempo per rincorrere la perfezione ma dobbiamo pur avere un modello. Sembra che ci siamo: la catena si tende, sobbalza due volte, si assesta quando l'ancora agguanta il fondo e la barca ha un leggero scossone, buon segno, siamo fermi, spengo i motori, il cicalino mi avvisa che la meccanica endotermica è interrotta e da adesso in poi tutto sarà delegato al mio senso di allarme. La prua punta verso la cala sabbiosa, a dritta la scogliera che gira a poppa dopo qualche metro. Come si dice? Non entrare in una stanza se prima non sai come uscirne. Ma non c'è tempo per la saggezza quando devi ancorare, considera piuttosto un ampio margine di aleatorietà e premunisciti. Senza il borbottare dei motori diesel tutto diviene quieto e acquista una sua profondità di campo: anche i colori della vegetazione sono più accesi sotto l'azzurro di questo cielo mediterraneo, gli odori della terra riprendono il sopravvento sui gas esausti dei diesel. Il mirto, il rosmarino, un accenno di pino marittimo, sono tutti trasportati dalle folate che arrivano dalla terra. Non c'è tempo per la perfezione ma ce n'è sicuramente per essere avvolti e perdersi.
2023.07.17 degli ancoraggi 3 Il problema del perdersi non è tanto il ritrovarsi, quello prima o poi accade, ma ciò che avviene nel mentre. Perché gli eventi, le relazioni tra di essi, le conseguenze di azione e reazione, tutto continua imperterrito mentre ci facciamo prendere da un aspetto o una percezione della realtà. C'è la vecchia storia del battito d'ali della farfalla e dell'uragano in nord america, più o meno siamo lì: hai ancorato, hai verificato la tenuta, controlli allineamenti e riferimenti, tutto bene e così ti rilassi, molli la presa, l'attenzione cala. Questo è il momento in cui quel battito d'ali trova il modo di generare un uragano; tutto sta alla capacità di mantenere un filo, un contatto tra la realtà e ciò che ne stai percependo. E infatti, lo sapevo! Questa macchia di sabbia sul fondo non era così vicina alla poppa, stiamo arando. L'ancoraggio è una procedura euristica, se le marre prendono -e non potrai mai saperlo a priori- funziona tutto il resto, altrimenti si inizia ad arare, poco alla volta, spinti indietro dal vento. E allora potremo solo ripetere da capo sperando in un'euristica più favorevole. Manette in folle, motori accesi, pronti alla manovra: il verricello gira, riprende uno alla volta tutti i metri di catena che avevamo filato. Poco motore avanti per non trascinarsi, l'ancora abbandona quel poco che aveva aggrappato, la barca ha un brivido, una vibrazione, un battito d'ali generato dall'uragano. Esco dalla rada; la tentazione è di riprovare, di ridare fondo, di non abbandonare è forte ma questo fondale ha rifiutato chiaramente, senza tentennamenti. E gli scogli a poppa erano una minaccia intuita e tagliente.
2025.02.12 ormeggi e bitte Anche la distanza ha un senso, va vista come opportunità, mezzo per conoscersi, riconoscersi, scoprirsi. A fianco di tutti gli altri strumenti a disposizione, soprattutto alla parola che appare importante, fondamentale sia per le due metà della mela che per i rispettivi lombrichi. Tensione, fremito, desiderio di condivisione di vita, di sentire; fibrillazione nel pensiero, nel contatto mentale che si consolida e moltiplica in un gioco di rimandi e riferimenti; amplificazione e respiro, annusarsi nei messaggi, nelle telefonate; voglia di conoscere e farsi conoscere. Il bianco e il nero di ciascuno esposti senza remore o ritegni; ansia e speranza che l'altro accolga, accetti, assorba tutto il passato come costruzione del presente. Paura ed eccitazione, sfide da affrontare, assieme. Ammirarsi dai bordi opposti, allungare le braccia fino a distendere mille dita, sfiorarsi, allacciarsi, avvinghiarsi per riempire quel vuoto sotto. Fuoco e anelito. Ancora la distanza che va ridotta poco alla volta affinché le fiamme non divampino in un lampo, per non bruciarsi l'un l'altra, avvicinare le lingue di fuoco e fonderle in un'unica fiamma. "O voi che siete due dentro ad un foco..." Dante parla d'altro, io rubo la forma per un concetto: due formano l'uno senza perdersi, sintesi, sublimazione e integrità. Santo Graal della coppia. Abbiate cura di incontrare chi non sta nel mezzo. Cercate gli esseri estremi, i deliri, gli incanti. Cercate una donna o un uomo che non siano di questo mondo, cercate Giovanna D'Arco, Giordano Bruno. L'autodifesa, l'istinto di sopravvivenza, l'esperienza plasmano il presente in una comfort zone rassicurante. Eros dalle frecce crudeli ama anch'esso e cerca il caos, distruggere per ricostruire entrambi facce del processo creativo. Lo ringrazio dopo averlo dannato; affronto la punta d'acciaio amoroso con la gratitudine per il dono dell' altra metà. La punta, lo spunto, altro pensiero, lacerazione delle certezze, scarnificazione dell'io sterile e singolo in un noi fertile e compiuto. Gradino in discesa se chiuso nell'antagonismo, di elevazione se va oltre l'io guardando al noi: nuovo e più complesso io. Al di là dei concetti di bene e male c'è un campo, ti aspetterò lì (onore di Jalāl al-Dīn Muḥammad Rūmī) ma oltre! Ci aspetteremo entrambi. Ma oltre! Ci troviamo lì assieme, ci aspettavamo da una vita. Ci siamo ritrovati e ora sta a noi tenerci.
2023.08.29 qualcosa nell'aria Due giorni di maltempo. Ieri vento forte fino a 40 nodi e temporali violenti ogni mezz'ora, oggi sembra che la pioggia sia esaurita ma il vento continua a soffiare implacabile su tutto. Quando non ce la fai più a resistere speri che l'avversario sia alla fine delle sue risorse, e invece questo vento sembra non essersi stancato di se stesso né di modellare il granito sardo, dispone di energie che vengono da lontano, dalle bocche del Rodano, dal golfo del Leone. Viene da ponente e scende a raffiche dalla collina fino sulla darsena. Noi siamo stati prudenti: sei cime di ormeggio al molo e tre corpi morti a prua; abbiamo messo in sicurezza ogni elemento a rischio, il fiocco e chiuso perfettamente e assicurato da una cimetta, la randa dorme nel lazy bag ed è stretta da un'altra cima. Abbiamo anche portato più avanti l'ormeggîo di mezzo metro, così la risacca non metterà a rischio la poppa. Non siamo stati bravi, piuttosto siamo stati prudenti. Ho fatto qualche giro lungo il porto, tante altre barche sono state ormeggiate senza nessuna precauzione e sbattono tra di loro, cozzano sui moli, sono strattonate violentemente dalla forza delle raffiche. Dall'altra parte della baia, sugli scogli, due vele non sono più scosse né dalle onde né da altro, sono andate a scogli e rimangono lì, irrimediabilmente ferme, inerti come cadaveri. Dire che c'è qualcosa nell'aria, con questo vento che si insinua in ogni strada, che spazza ogni vicolo, che cerca e trova la via nelle maniche strette della cerata, sembra quasi superfluo. Ho passato una notte strattonato dalle onde della risacca, nella cabina di poppa i lamenti delle cime incocciate sulle gallocce si amplificano. Ho passato una notte di sonno profondo e poi di dormiveglia in allerta. Alle 05.15 ho capito che ormai la mia notte si era conclusa e se la notte è conclusa, anche se non è ancora alba, anche se è appena finito il crepuscolo astronomico, allora è tempo di caffè: nero, amaro e soprattutto abbondante. Mi sono vestito, ben coperto, cerata d'altura e il fedele berretto di lana. Sono uscito dal tambuccio mentre la coperta era sferzata dal vento di ricaduta. Nel canale i ferries navigano con la timoneria scontrata sopravvento, è curioso vederli muovere dritti con la prua divergente, una rotta strabica ma indispensabile. Salto sul molo aspettando il colmo dell'onda, ora sono veramente fermo, niente ondeggia più, nulla cigola o è scosso; una sensazione quasi fastidiosa, innaturale per il mio equilibrio che si abitua troppo velocemente. La stazione marittima è ancora chiusa, anche il bar del porto: seduto ad un tavolo un vecchio corpulento dorme scomposto senza preoccuparsi del vento. Ma qualcosa nell'aria c'è, ed è qualcosa di metafisico. Cammino per il paese, le vie deserte, tutto chiuso. Solo un furgone della nettezza urbana fermo con il motore acceso, le quattro frecce, da lontano arriva il rumore del soffiatore: il netturbino crea vento per contrastare il vento. Più che un'opera titanica direi una fatica di Sisifo; raduna le foglie che saranno immediatamente disperse dalla prossima raffica. Il bar del Vesuvio è ancora chiuso, prima di un'altra ora non aprirà di certo; la serranda è socchiusa, vassoi di pasticceria escono da un furgone e si fermano al banco: la quiete prima delle colazioni. In una traversa, più avanti, intravedo una luce sulla strada; più o meno all'altezza di dove ricordo essere un bar. Mi rassicura il fatto che di certo non è un miraggio; scelgo il marciapiede sopravvento così da ripararmi dietro le case, arrivo, sono il primo avventore con il primo caffé un po' lungo. Torno a camminare, l'alba si propone, una nuova luce nel cielo disegna nuvole cupe e compatte, sfrangiate dal vento in quota; tra di esse strisce di azzurro mediterraneo. A tratti cade una pioggia sottile e quasi impercettibile mossa dal vento; appena scompare lascia un profumo di terra bagnata, di mirto e rosmarino lontani; un odore raccolto chissà dove, asciugato durante il volo e restituito nelle strade del paese.
Resterà nelle mie narici come un segnalibro della memoria lo so, ne ho tanti altri, di macchia mediterranea, di lavanda, di gasolio e benzina, di cannella tiepida, di agrumi padani, di vaniglia appena spalmata, di mare marcio dagli scogli, di thiaré lucido sulla pelle. Memorie olfattive come sassolini, violente e improvvise come schiaffi bagnati. E ancora divago e ancora non riesco a mettere a fuoco cosa stia aleggiando; questo vento magico, primitivo, ha spalancato una porta, riesco a sbirciare ma non metto a fuoco. Sensazioni improvvise, ricordi felici e immediatamente dopo dolorosi, strappi, prese di coscienza dell'ineluttabile, di errori commessi o subiti. Di felicità inattese proprio come devono essere le felicità: soffuse e scoperte poco a poco, ma non è questo il caso. Oppure inattese, improvvise, fulminanti come sei tu, dono di mezza estate, giorno dopo giorno avvolta in un dialogo di parole superflue e connessioni profonde, di ansie felici in attesa del nostro prossimo incontro.
2023.06.22 bon ton Riuscire a mollare l'ormeggio presto è cosa buona, permette di arrivare in rada prima dell'invasione. Ed eccoci a cala Conneri, isola di Spargi; è il punto migliore dove sostare per il bagno, il maestrale è convinto e ha convinto anche il mare e le sue onde. All'ancora ci sono due catamarani e un gommone sottocosta, daremo fondo di poppa a quest'ultimo. Iniziamo l'avvicinamento, accostata sottovento e poi scontriamo fino ad essere allineati. Giunto a cinque metri dalla poppa inizio a filare la catena su un fondo di tre metri, motori in folle così da arretrate spinto dal vento catabatico del canalone. E ora l'epifania: dalla poppa del gommone sale un signore che ha evidentemente soddisfatto consistenti necessità corporali poiché ci mostra le sue candide natiche e, non soddisfatto, inizia un accurato bidet con inchini per l'abluzione. La sua mano indugia attenta nei più reconditi meandri del suo intimo; è attento perché spesso verifica l'esito nelle sue dita, ripete più volte l'operazione finché, soddisfatto, rimette in opera i pantaloncini da bagno. Io, la mia dignità e il mio amor proprio siamo attoniti; qualsiasi parola sarebbe inadeguata. Il silenzio accompagna lo sconforto. Ultima verifica della tenuta dell'ancora e spengo i motori.
2023.07.14 isola o terraferma? Chi sale a bordo non ha mai visto una carta nautica della zona, non ce n'è motivo. Ma poi guarda, scorre l'orizzonte come in una panoramica e vengono a galla le prime domande: cos'è quella? Indicando una linea di costa. Allora viene bene descrivere sommariamente l'intorno, meglio se riferito ai punti cardinali; naturalmente senza scendere nei dettagli, ecco a NW Spargi, a N Budelli e la spiaggia rosa, poco a E Santa Maria e le piscine naturali. Qualcuno osserva, si gira attorno l'orizzonte e chiede "quella è la terraferma?" No, quella è la Sardegna con il faro di punta Sardegna. Ma la domanda non è tanto peregrina come potrebbe sembrare; che uno scoglio, più o meno grande, sia tale è facile dichiararlo, basta che sia disabitato e che le onde riescano a sferzarlo sotto l'impeto del maestrale, di un Garbino o di qualsiasi altro alito di vento. Un'isola è certamente più grande di uno scoglio ma le onde, per quanto violente, non possono coprirla inaridendo col sale la scarsa terra.
Comunque un'isola è inequivocabilmente tale appena si rivela la presenza umana: basta un faro. Se poi c'è un porticciolo, indispensabile per l'uomo, allora è certamente isola. Paradossando, anche un continente è un'isola ma non viene quasi mai classificato come tale, diviene de facto terraferma. Tra l'altro potremmo aprire un lungo paragrafo sulla lunghezza delle coste, convenzionale o reale fino ad arrivare all'analisi con i frattali, ma di questo semmai ne riparleremo.
E quindi le dimensioni non contano? Per certi versi è così: ciò che conta è la presenza umana e la quantità di culture presenti. Faccio un esempio: Spargiotto è uno scoglio, calvo, plasmato dalle raffiche e buono per i gabbiani; la Maddalena è certamente un'isola, unico centro abitato, struttura culturale compatta, accentuata endogamia. La Sardegna è già più complessa: una radice culturale poco contaminata all'interno, più modellata dalle influenze sulla costa. Greci, etruschi, fenici, bizantini e ancora arabi, apagnoli, francesi. Comunque, a prescindere da interno e costa, una limitata multiculturalità con una curiosa differenza linguistica che porta un campidanese e un gallurese a capirsi a fatica, senza tirare in ballo il carattere singolare dei sardi.
Un aneddoto curioso: un emissario spagnolo ad Alghero, appena dopo la morte di Eleonora d'Arborea (ne parlerò più avanti), mandò un dispaccio alla corte di Madrid descrivendo i sardi come "pocos, locos, malos unidos y todos caballeros" che rispecchia sinteticamente una realtà tutt'ora chiara.
2023.07.16 prua al vento Mare mosso, maestrale teso rinforzato dalle raffiche. Le vedi le raffiche, guardi sopravvento e le vedi arrivare quando cambiano il colore e la tessitura della superficie del mare. Corrono più o meno rapide, le vedi e le aspetti; quando arrivano c'è sempre un piccolo ritardo tra ciò che vedi sul mare e il fresco sulla pelle. Se stai navigando le cerchi per andare all'orza, stringere il vento per quel tanto che dura, poi andrai alla poggia sul vento stabile. Ma non possiamo divagare troppo poiché dobbiamo alzare le vele, prima la randa e poi il fiocco; dobbiamo navigare, siamo fatti per questo e non per un comodo ancoraggio.
Sequenza: prua al vento, correggi un poco, ancora, perfetto. Base d'albero e molla i lazy jack affinché il lazy bag, che amorosamente contiene la randa, si apra e la vela si scomponga. Prendi la drizza rossa, liberala dalla ritenuta, apri il blocco dello strozza scotte e via, inizia la salita. I primi metri a braccia sono facili e poi sempre meno, la randa pesa, il vento la incontra. A due terzi della salita le braccia non bastano più, serve la meccanica del winch. 4 giri in senso orario, unghia, self tail e manovella; ce la fai ancora poi inizi a girare veloce, veloce, dai, dai, respira; un attimo di pausa per lascare l'ammantiglio e rilassare il boma. E la randa sale, l'ultima piega sul boma, sei quasi arrivato in testa d'albero. Verifica la tensione, ancora un giro, ancora più tesa. Ora chiudi lo strozzascotte, riponi la maniglia. Senti il vento, guardi a prua, guardi la vela sceglii l'andatura da prendere, bolina mure a dritta. Torni in pozzetto, accanto al timone la scotta della randa ti aspetta, la cazzi a ferro.
Per un attimo chiudi un attimo gli occhi, ti concentri sulla brezza calda carica di aromi di mirto e rosmarino che scende dall' isola; li riapri, guardi in alto, il cielo è di un blu scenografico che cancella tutto ciò che è stato o almeno lo attutisce, sei dentro al Mediterraneo: acqua davati ventu n'arreri, continua a navigare.
2023.08.23 Apnea Torniamo a parlare di ancoraggi. Come accade nella vita, quando va tutto troppo bene, quello è il momento di insospettirsi, di guardarsi attorno per capire dov'è il problema che ancora non si è palesato. Sciumara, rada di mezzo Schifo appena a NW di Palau. Dopo una navigazione al lasco dall'isola di Spargi, decidiamo di dare fondo lì su in fondo sabbioso che ricordo buon tenitore. Ma il vento c'è, continua a soffiare intenso; e quasi ad accertarsi del proprio potere, talvolta incrementa in raffiche tese. Le vedi queste arrivare dritte di prua, creano una macchia più scura che corre; le aspetti sperando nella loro clemenza. Macchie che giocano con le onde, nemmeno si accorgono di cosa attraversino.
Ancoraggio, prua al vento, dritti fin sotto la costa verde di mirto e pini, fondo di 9 metri, ancora già appennellata, inizio a filare. 9 metri per 4 lunghezze richiedono quasi 40 metri di catena; il verricello gira, il barbotin guida le maglie, il rocchetto la imposta nella discesa. Quando la catena tra verricello e rocchetto si sdraia sul ponte puoi essere certo che l'ancora ha toccato il fondo; continui a filare contando i segni fino ai famosi 40 metri; attendi che il vento ti spinga indietro, che la catena si stenda sul fondo, che torni tesa sulla coperta a indicare che è in tensione, che ha aggrappato. Talvolta appare indecisa e fa qualche sobbalzo, normalmente prende morbida sulla sabbia, normalmente ma non oggi: uno strattone ferma improvvisamente lo scafo, roba da reggersi al volo. Non è un bene, questo è il problema che dovremo capire e risolvere. Motori spenti, pausa caffè.
Spesso rimandi, speri, rimandi ma alla fine devi risolvere e prima ancora capire cosa sia accaduto: questa volta è un vecchio cavo di chissà cosa, l'ancora si è aggrappata lì, a 9 metri sul fondo. Dopo aver recuperato tutto il recuperabile della catena, quando il verricello cigola inutilmente sotto sforzo, dopo che qualche patetico tentativo di manovrare risulta subito inutile, bisogna andare giù. Apnea.
Come ogni teoria, a parole e chiacchiere è tutto semplice: prendi una cima il doppio della profondità, la incocci su una bitta a prua, scendi, la passi sotto il cavo, torni su e la incocci sulla bitta opposta; poi fili un po' di catena, rilasci l'ancora e la salpi finalmente libera, lei e la barca. Si può fare tutto a questo mondo, poi però bisogna farlo davvero. Cima pronta e incocciata, l' acqua è fresca ma non ho il tempo di pensarci, il problema è un altro. 9 metri sono abbastanza, non esagerati ma sono sempre 3 piani di una palazzina. Inizio l'iperventilazione, sale il rimorso per tutte le sigarette della giornata -come se il problema fossero loro- e quando i polmoni perplessi decidono di fare finta di aiutarmi do un respiro pieno. Apnea, testa sotto, colpo di reni, spinta con le gambe, afferro la catena e mi tiro giù. Primo metro, secondo metro, l'acqua inizia a premere, le orecchie soffrono. Compensazione. Mollo una mano per tapparmi il naso, spingo l' aria da dentro e riequilibro la pressione dell'acqua. Continuo; terzo metro, quarto metro e compenso ancora un poco. L'acqua preme sulla pelle, la pelle sui muscoli, i muscoli sugli organi, sembra quasi di ridursi. Continuo; meno cinque metri, sei, sette, compenso ancora, otto metri. Ho imparato che a questo punto conviene rilassare tutti i muscoli del torace, i polmoni hanno modo di espandersi un poco per scambiare meglio qualche molecola in più di aria. Nove metri, arrivato, passo la cima sotto il cavo, tengo stretto il capo, la parte corrente. I polmoni improvvisamente bruciano, chiedono, esigono. Controllo quell'atavico istinto di aprire la bocca, guardo in alto e mi rendo conto che tre piani di un palazzo bastano e avanzano per morire, dall'alto o dal basso, annegati o schiantati. Sono nel blu scuro, sopra la luce si avvicina, la superficie è lì, limite e membrana tra un mondo e un altro.
Ora bruciano davvero, implorano una boccata liberatoria; io sono già in assetto di risalita: piedi allineati con le gambe, braccia lungo i fianchi, risparmio ogni molecola di aria utile ancora in circolazione. Fin'ora è stato abbastanza semplice controllare l'istinto con la mente, quella molecola in meno potrebbe far oltrepassare il limite e allora la modalità automatica prendebbe il sopravvento su qualsiasi razionalità, la bocca si aprirebbe, entrerebbe prepotente l'acqua salata, bruciore nella gola, nella trachea, bronchi, polmoni, alveoli. Fine.
Metro dopo metro la pressione cala, il corpo si espande, la risalita accelera, la luce si avvicina, non è in fondo al tunnel ma è lì sempre più chiara. Inizio a svuotare i polmoni dai gas esausti come un diesel dalla marmitta perché sto aspettando il momento giusto per ripassare il controllo del respiro all'automatismo naturale. La spinta mi farà uscire dall'acqua fino alle spalle e tornerò a galleggiare; in quell'intervallo esatto aprirò bocca e naso riempiendo nuovamente i polmoni di roba buona: 78% di azoto, 21% di ossigeno e altre sostanze sparse e irrilevanti ai fini di quell'unica, profonda boccata che invaderà ogni singolo alveolo avido. Apnea, quasi una rinascita. Operazione conclusa, ancora liberata, cima recuperata e via verso il molo. C'è un senso di assenza una carenza, ci penso meglio con la prima boccata di sigaretta.
2023.08.13 considerazioni 1 Stavo pensando e questo è già un buon punto di partenza, sarebbe quasi il caso di stappare una bottiglia buona per festeggiare l'evento. In realtà non stavo pensando, hai presente quando si affastellano tanti pensieri? ciascuno di senso compiuto ma tutti assieme creano un rumore mentale? Come le frequenze della televisione che si sovrappongono creando quel rumore bianco e nello schermo nevica? Ecco insomma, stavo pensando ma in realtà non stavo pensando a nulla.
O forse stavo pensando a un argomento ben preciso e la mia testa ha iniziato a galoppare rincorrendo tutti i problemi e le opportunità che via via scaturivano. A dire la verità più che ad un argomento pensavo a un sentimento, uno preciso che si è formato guardando due occhi il cui colore faceva a gara con quello del mare. Qualcosa di indefinito c'era già da prima, dalle prime chiacchiere timide, il primo contatto, il passare ad argomenti più seri solo per la curiosità di capire, conoscersi.
Da quell'indefinito, che aveva già una sua impercettibile forma, sono passato alla ricerca di un contatto fisico anche solo fatto di una carezza, lo sfiorare le spalle; ecco che siamo tornati alla gara tra occhi e mare.
Un attimo prima quegli stessi occhi mi invitavano a nuotare: nel mare? Dentro di loro? E mi sono tuffato in entrambi gli occhi, vabbe' anche nel mare che a quel punto si era trasformato in una cortina tra la barca e l'assoluto. Perché non un bacio salato dall'acqua? Perché ero raggiante in quegli occhi così come loro lo erano nei miei. Qualche bracciata appena, uno sfiorarsi, apprezzare la lontananza prolungandola, spostando quel bacio più avanti.
E ancora barca, mare, ormeggio, Palau. Il punto dell'addio era sempre più vicino. Ma gli occhi, i suoi, i miei occhi, volevano sapere tutto tranne che l'addio tanto da appuntare un telefono in coda al diario di bordo.
Quasi un messaggio nella bottiglia lanciato alle lontananze.
Dicevo dei miei pensieri: a quel punto era già rumore bianco, stupore, curiosità, un legame inatteso eppure forte, un' attrazione. Prima un aperitivo e al mattino una colazione. Sì allo stesso tavolo che era divenuto altare a mia e forse sua insaputa. Poi ancora mare e barca e un nuovo sbarco. Poi la sera, l'attesa sera con i pensieri travolgenti tenuti assieme dall'incredulità e da un abbraccio lunghissimo dove non c'era un possesso ma uno scambio, una compenetrazione, un essere uno a partire da due che travolti si erano abbandonati all'altro e a loro stessi.
Ma il rumore bianco è pervasivo, copre ogni altra frequenza. La lontananza voluta ai trasforma in lontananza fisica. L' acciaio incandescente immerso nella tempra del distacco che non perde il suo calore bianco, anzi! Nel desiderio reciproco di un oltre, di conoscersi ancora si più sebbene le anime che si riconoscono non hanno certo bisogno di ulteriori dettagli. Parlare per farsi (ri)conoscere ancora di più, oltre un inutile limite già oltrepassato. Rumore bianco che colma riempie e regala il desiderio di averti accanto nel tempo e nello spazio. Rumore bianco che fa sorridere entrambi al pensiero dell' altro, che scalda il cuore, che da una forza sovrumana, perché in due hanno già fatto quel salto verso il Superuomo, non potenza e distruzione ma amore puro in un completo abbandono al suo meraviglioso ineluttabile.
Cosa resta ora? Tutto, tutto quello che si desidera, ogni curiosità, ogni impegno, ogni stanchezza, ogni interesse. Rumore bianco, comprende tutto, riempie, colma e fonde. Quegli occhi mi amano, lo so, mi fido di loro perché tanto e folgorante sentire non può essere da una parte sola, non può essere aolo una mia illusione, una speranza non sperata, ma quegli occhi sono i miei, gli stessi che si guardano in uno specchio. Gioco di riflessi che rimanda all' infinito, all' immortalità nell'Amore fatto di devozione entusiasta. La mela è riunita, compiuta, dolcissima e alta, tanto alta che nessun contadino potrà mai coglierla.
2023.07.27 radio porto Non cercarla tra le frequenze FM, radio porto è ben altro. Ti ricordi il telefono o telegrafo senza fili? Quel gioco da fare in cerchio, il primo diceva una frase nell'orecchio del secondo, sussurrata una volta sola. Il secondo doveva bisbigliare al terzo ciò che aveva capito e così via fino all'ultimo. Questo ripeteva a voce alta quello che aveva sentito e si rideva tutti assieme perché non era mai la stessa frase detta dal primo. Ti ricordi le assurdità che arrivavano? Ecco, mettendoci un po' della malizia adulta, un pizzico di risentimento e quanto basta di voglia di protagonismo allora sei sintonizzato su radio porto. È ininfluente che ci sia o no un evento scatenante, radio porto può iniziare a trasmettere in qualsiasi momento a partire da qualsiasi pretesto, anche inesistente.
2023.08.05 l'equilibrio Per anni, andando o tornando dal liceo, leggevo gli avvisi sui bus: non parlare al conducente, obliterare il titolo di viaggio, sorreggersi agli appositi sostegni; quest'ultimo ha acquisito via via un significato quasi metafisico, un valore costante da tenere sempre a mente, un imperativo categorico da scolpire nel cuore e nella mente.
A bordo l'equilibrio è fondamentale ma dobbiamo chiarire cosa intendiamo con la parola equilibrio: non qualcosa di monolitico e inamovibile, nemmeno quella liquidità che si fa trasportare di qua e di là come le meduse dalle onde un attimo prima di spiaggiare. L'equilibrio a bordo è un assetto dinamico, proattivo, più o meno come quello in motocicletta: si valuta, si anticipa, si corregge continuamente.
A bordo ci si sorregge agli appositi sostegni e si va oltre: non è solo una barra attaccata al soffitto -che a bordo non esiste, peraltro- piuttosto un'estensione della percezione che va dalle piante dei piedi fino alla punta delle dita delle mani. Il tutto coordinato da quei tre ossicini dentro le orecchie. A bordo non si cammina, a bordo ci si muove guardinghi, sedere basso, ginocchia elastiche, braccia pronte ad equilibrare. E anche seguendo questi suggerimenti non si potrà essere esenti da problemi. Come diceva Massimo "la barca pizzica e mozzica" ed è proprio così: c'è sempre una bitta, una bocca di granchio, un arridatoio che abbiamo lasciato sul limite della visione periferica.
Non avvicinarti Non avvicinarti piangendo, non ci sono, non dormo lì. Io sono come mille venti che soffiano. lo sono come un diamante nella neve, splendente. Io sono la luce del sole sul grano dorato. Io sono la pioggia gentile attesa in autunno, quando ti svegli la mattina tranquilla. Io sono il canto di uno stormo di uccelli. Io sono anche le stelle che brillano mentre la Notte cade sulla tua finestra. Per tutto questo non avvicinarti alla mia tomba piangendo, io non ci sono, non sono lì, io non sono morto.
2024.06.29 Profumo di magnolia Qui nel porto l'attività ferve, gli ormeggiatori sulla banchina assistono le barche, il gommone ronza assistendo i nuovi arrivati, la pro loco sta preparando le tavolate per la sagra di questa sera. Ignare, o meglio incuranti, di tutto questo movimento frenetico ed estivo, le magnolie fioriscono parallele alla banchina, appena dietro la strada. I fiori sono aperti, i petali oscenamente disponibili all'impollinazione, e il loro profumo umido e quasi untuoso si diffonde scivolando sulle raffiche del vento di nord ovest. È un profumo meraviglioso, quasi ipnotico, a metà tra il dolce e l'aspro, se fai attenzione potrai notare che avvolge e si incolla alle tue narici tanto che dopo riuscirai a percepirlo senza nemmeno cercarlo. Ricorda certi incontri: non li attendi, non li hai cercati, eppure arrivano casuali e precisi come un proiettile vagante. Ti colgono alla sprovvista, le difese impreparate, le barriere basse, e così riescono ad entrare nel profondo senza trovare la minima resistenza, arrivando lì dove il cuore è più tenero.
Penetrano tanto in fondo da apparire un segnale dell'Universo, un regalo intimo e inatteso a cui guardare con gratitudine e con un sorriso che firma la resa incondizionata. 23 era un film curioso in cui il protagonista si trovava perseguitato da queste due cifre: le incontrava ovunque e più tentava di fuggire, tanto più quel numero primo lo trovava, inquietandolo con la sua sola presenza. Il mio 23 sono tre strisce orizzontali, tre colori a cui in passato semplicemente non avevo fatto caso, non avevo prestato troppa attenzione ma da qualche mese me li ritrovo ostinatamente sotto gli occhi, quando meno me lo aspetto, inattesa come un colpo in una sessione zazen. E proprio come il sensei durante la meditazione, non lo fa con cattiveria, nemmeno con la volontà di umiliare, anzi! è un memento a non abbassare la guardia, mai più, così da non abbandonarsi all'illusione, per non essere più ferito. In ogni modo, la vera abilità non è chiudersi a riccio, sarebbe troppo semplice, scontato e inutile; la vera arte della vita, il tocco raffinato e leggero, sarà chiudersi all'inutile e dare spazio al profumo delle magnolie.