
distrazione un attimo
«distrazione.» Con la «e» seguita dal punto, terminò di leggere l'ultima parola.
Stava per voltare il foglio quando, forse per quell'istante di pausa o per qualche altro imperscrutabile motivo, la sua attenzione fu attratta magneticamente dalla punta del suo dito indice che si ostinava a esitare nell'angolo inferiore destro di pagina 47. Il polpastrello non toccava ancora la carta, la sorvolava appena rimanendo a qualche millimetro da essa, eppure gli sembrava di poter percepire fisicamente il foglio.
Con qualche disappunto trovò singolare il fatto che l'ombra del dito fosse così poco decisa, appena sfumata sul bordo, non certo netta come avrebbe supposto. Il suo indice era lì, primo nella mano -il pollice che misurava lo spessore del volume non lo considerava nemmeno- e al contempo era lì primo sulla pagina, sospeso mentre percorreva in verticale la sua parabola separando il 4 dal 7.
Da quando, tanti anni prima, aveva visto in tipografia una Heidelberg doppia azione al lavoro, con le sue cento ventose leggere che danzavano tra la risma e l'impianto, era stato sempre affascinato dal Bodoni, dal carattere tipografico solido e slanciato ad un tempo, le sue grazie erano lineari e non si perdevano in curve inutili come il Garamond; e quel 7, ad esempio, gli parve la quintessenza stessa del Bodoni: solido, morbido nell'asta di risalita ma carico di simboli e riferimenti, quasi a fare da contrappunto al 4 pesante e dal significato scialbo, sebbene anch'esso nel tipo di Saluzzo.
Mentre leggeva si era già soffermato più di una volta su qualche carattere, ad esempio una «emme» minuscola oppure una «effe», lei era proprio elegante con qualcosa di snob; ma queste interruzioni gli facevano perdere il filo costringendolo a riprendere daccapo la lettura dell'intero paragrafo. Certo un 47 era un 47 e non avrebbe richiesto molta attenzione, quindi riprese soddisfatto il suo cammino.
Giunto all'apice della linea d'ombra, qualche granello di polvere ramingo si insinuò tra il polpastrello e la pagina, tanto che gli sembrò di poter vedere la luce: prestando attenzione ebbe addirittura l'impressione di poter osservare i singoli fotoni che sfioravano l'unghia per poi andare a sciogliersi nel bianco della carta.
Bianco che poi bianco non era, a dire il vero; o meglio lo era fintanto che qualche particella decideva di morire tra le fibre sottili della cellulosa. Ne dedusse che anche un punto luminoso aveva la dignità di una vita propria; si ritrovò allora a ripercorrere la brevissima biografia di uno qualsiasi di essi risalendo con lo sguardo lungo il raggio di luce, aspettandosi di trovare prima o poi il centro esatto della lampadina, proprio come un salmone guidato dall'istinto nella risalita.
Non arrivò mai alla sorgente, si fermò invece a osservare il contorno dell'unghia, grazie al cielo pulita; era sempre stato molto attento a pulirsi le unghie. Magari gli capitava di trovarsi con una macchia, come quella volta che nel bel mezzo di una stretta di mano vide uno sbaffo di vernice rossa. Insomma una macchia poteva anche tollerarla, non certo un'unghia sporca.
Lì per lì non ricordava esattamente cosa avesse dipinto di rosso, ma il ricordo era talmente vivido che riusciva a sovrapporlo esattamente, uno sbaffo tra falange e falangina, poco oltre le mille pieghe parallele della giuntura; poteva accendere e spegnere l'immagine visualizzando la macchia esattamente per come era disposta, ma cosa avesse dipinto quella volta, proprio non riusciva a ricordarlo.
Così iniziò a soffermarsi sui dettagli del suo dito che sembravano essere amplificati dalla lente dell'attenzione. Oltre il dito c'era la pagina, oltre il libro le sue ginocchia, oltre ancora c'era una stanza intera, forse un poco in disordine, intuiva qualcuno sdraiato vicino al divano, dall'altra parte, ma non riusciva ad arrivare più in là del dito; oltre c'era sicuramente la luna ma per lui era tutto un insieme confuso e soffuso nell'ombra.
Il suo intorno era nettamente suddiviso dal cono di luce dell'abat jour alla sua destra e tutto poteva essere ricondotto a due distinte classi: ciò che era dentro e ciò che inerte sopravviveva fuori. Lui seduto sulla poltrona, il libro sulle ginocchia e mezzo tavolinetto a destra erano dentro; tutto il resto era fuori e perdeva interesse e sostanza. Già il suo ginocchio era incerto e da lì partiva appena qualche rarissimo salmone che lo riportava al profilo del libro, alla pagina e quindi di nuovo al suo dito. Nuovamente dentro il suo mondo luminoso.
Riaccese una volta di più la macchia rossa dell'immaginazione fino dimenticarsi dell'indice che si piegò impercettibilmente verso la pagina. Pochi millimetri possono essere una distanza siderale, se si fa caso a quanto si dilata ciascuna delle rughe sulle due giunture, e infatti dopo un tempo siderale come la distanza percepì la carta sotto il polpastrello. Nel frattempo anche l'ombra si era messa in movimento; cercava di ricongiungersi con il suo doppio ma non ci riuscì del tutto. Rimaneva una sottile corona grigio piombo, stretta tra il bianco della pagina e la falangetta.
A guardare bene stava prendendo forma un altro profilo, un'ombra parallela all'ombra e vicinissima al dito, un'area scura che impregnava la fibra della carta. Sembrava quasi che volesse espandersi fino a conquistare tutta pagina 47, invece si bloccò dopo una repentina accelerazione.
Rialzò il dito e fu sorpreso da quella macchia rossa, vermiglia e già scura, in essa erano disegnate le diecimila linee dell’impronta digitali del suo indice destro. Provò a spegnerla come per il ricordo della vernice, invece lei rimase ostinata e imperterrita lì, solo un po' più scura, densa e appiccicosa.
Soffocando il ripetuto disappunto cercò di ignorare il nuovo elemento intruso, preferendo riprendere a voltare pagina. Non che rammentasse molto di quanto letto fino ad allora, ricordava solo che finiva con «distrazione.»