
la stanza buia nero su nero
Sulla parete chiara, appena ombrata, la porta socchiusa disegnava una geometria discreta; attorno ad essa i mobili quotidiani: un tavolo tondo con una tazza scurita dall'alone del thé, tre sedie ordinate e la quarta aperta e ancora tiepida, il lampadario spento; a destra un piccolo scrittoio proprio sotto la finestra che lasciava entrare quel poco di luce attraverso le tende; a sinistra la poltrona e sul bracciolo un giornale di qualche giorno prima.
Il quadro della parete era inerte, silenzioso contrapposto ai rumori ovattati provenienti da fuori, l'unico elemento fuori posto era quella geometria indiscreta, quella fessura che permetteva al buio di entrare nella stanza. Non era un buio minaccioso, piuttosto qualcosa di inerte e stonato che si faceva largo prepotente tra lo stipite e la mostra. Il grigio scuro era un evidenziatore che disegnava il profilo a partire dall'ombra sul pavimento, risalendo fino alla chiave nella serratura, poco sotto la maniglia, fino ad arrivare in alto, perdendosi nel nero della stanza.
Lo sapeva bene cosa c'era lì dentro: una stanza più piccola di quella dove si trovava, con pochi mobili e moltissime cose messe lì alla rinfusa. Sulla destra una libreria carica di volumi, sul fondo la scrivania e chi la utilizzava avrebbe dato le spalle alla porta. A sinistra un divanetto due posti del quale non si poteva riconoscere il tessuto, coperto com'era da libri e oggetti. Talvolta, soprattutto al crepuscolo o la sera, la tenue luce della lampada da tavolo disegnava il profilo nero di una persona ingobbita intenta a scrivere o a prendere appunti in un mare di fogli nel quale lei sola credeva di riconoscere un criterio o un ordine logico.
Quella stanza era sempre stata lì, la conosceva bene tanto che avrebbe potuto descriverne le pareti, gli oggetti uno per uno, i quadri appesi, ogni memoria di altro che popolava quella parte della casa. La conosceva bene e non ci faceva caso, era uno spazio noto e quotidiano ma a volte gli occhi guardano altro, notano cose insignificanti e le ricostruiscono secondo percorsi imperscrutabili che prescindono dalle realtà oggettive. Ed era una di quelle volte.
Non si ricordava più dove, certamente tra quei libri nel buio, ma da qualche parte aveva letto che tra i mille meccanismi di difesa della mente, qualcuno aveva studiato e identificato quel sofisticato e inconscio meccanismo attraverso il quale il cervello esclude, occulta o semplicemente dimentica un'esperienza dolorosa. Non ricordava più dove lo aveva letto ma ricordava certamente che erano state proposte altre accezioni che estendevano il concetto.
Si avvicinò un poco alla porta e quello scuro sembrò dilatarsi; la sua mano destra si sollevò fino all'altezza della maniglia esitando qualche istante, per poi sfiorare l'ottone brunito, lucido solo sull'ansa superiore. Bastò una lieve spinta del braccio per socchiudere la porta e permettere al buio di prendere il sopravvento sulla rassicurante luce del soggiorno, entrando nei suoi occhi, fin dentro il cervello e più giù fino al cuore. Nemmeno se ne accorse quando quella stanza quotidiana si trasformò di colpo in un antro, minaccioso contenitore e custode di drammatici segreti. Sentiva la mano tremare sulla maniglia e la porta cedere docile in un soffio. Ora era oltre la soglia, ma perché era arrivata lì? Quale che fosse stato il motivo doveva fare un altro sforzo: raggiungere quella scrivania dall'altra parte del nero, nel mezzo nemmeno una luce, una lampada, un qualsiasi appiglio rassicurante, solo una schiuma buia, calda e umida che avrebbe avvolto ogni cosa si fosse azzardata ad avanzare.
Sotto le sue dita sentiva la maniglia e oltre il perno quadrato che entrava nella porta, che azionava la molla di ritorno del battente. Non voleva e voleva, questo era il meccanismo che si era messo in moto e sentiva di percepire netto tutto quel ruotare di centinaia di ingranaggi che si costruivano, uno dietro l'altro, da dietro la serratura fin dentro quel buio ora nero, e oltre fino alla scrivania. Non c'era più la luce dorata del soggiorno, era tutta alle sue spalle contrapposta a quel diabolico meccanismo perfettamente oliato che aveva preso i suoi giri. Non riusciva a fermarlo ma nemmeno a farne scorrere liberamente tutte le centinaia di ingranaggi che lo componevano. Immobile oltre la porta, inspirò a fondo cercando di ossigenare ogni cellula, regolando il respiro divenuto rado; la schiuma nera aveva annullato ogni rumore tranne quel battito al centro della sua cavità toracica, credeva quasi di percepire il sollevarsi e abbassarsi del petto e la sua mente iniziò a precipitare fin dentro ogni minima anatomia, fino a vedere il sangue fluire ritmicamente attraverso la vena cava superiore e quella inferiore, fin dentro l'atrio destro; sentiva la valvola tricuspide aprirsi al ritmo di sistole e diastole, e il fluido uscire dall'arteria polmonare.
Stava quasi per perdersi in quel ritmo e uno sforzo di sopravvivenza riportò la sua attenzione al di fuori; trovò nuovamente quel nero dove solo gli ingranaggi sembravano spariti mentre in realtà continuavano imperterriti a girare. Ora ricordava l'altra accezione della scotomizzazione: non dimenticare, ma costruire, dare forma per poter controllare e capire, perché talvolta la mente segue una dissonanza cognitiva arrivando a costruire, fino a vedere dove non c'era solo per riconoscere un rassicurante noto nell'ignoto. O un modo per dare forma alle paure. L'aveva letto su quel libro nel ripiano di mezzo, quello che sporgeva fino sul limite della libreria. Vorverständnisse, ora ricordava; così qualcuno definì i preconcetti o le pre-comprensioni che ostacolano la capacità di considerare e prestare attenzione alle evidenze disponibili. Un attimo di lucidità, solo un attimo e ancora quel nero, ma un attimo sufficiente a raccogliere volontà e coraggio fino alla scrivania.
L'interruttore doveva essere lì a destra, sul filo del bordo, ma non c'era. Prima del panico riuscì a toccare la lampada e da quella seguire il filo fino al salvifico interruttore: la schiuma si dissolse attorno rimanendo confinata ai margini della stanza fino al limite del soffitto. Il piano era coperto di fogli, qualche matita, schizzi e idee appuntate. Scostò delicatamente la sedia facendosi posto, le braccia appoggiate sul bordo di legno, le mani tra la luce morbida e i fogli scomposti.
Non sapeva da dove iniziare, non aveva un percorso e non riusciva a comporlo ma gli ingranaggi si erano messi in moto e doveva trovare un freno, o un acceleratore: insomma una maniera per guidare quel motore senza governo.
Non sapeva bene cosa fare, prese una matita e subito cercò di rimetterla nello stesso posto; si concentrò ma non riusciva assolutamente a ricordare se la scritta sul lato fosse in alto o in basso, la punta era certamente verso la parete ma la scritta non riusciva proprio a ricordarlo. Lo stesso fece con un blocco di appunti. Aveva paura di seminare impronte digitali, quasi che il suo tocco potesse lasciare segni fluorescenti, uno per ogni dito.
Ogni foglio urlava una frammento e stava facendo uno sforzo immane per ascoltarli tutti cercando di ricomporli in un ordine, uno qualsiasi, che fosse logico. Non c'era verso di risolvere quell'impasse, di uscire da quel puzzle del quale si era ricostruito l'immagine originale. Non riusciva a trovare nessun angolo dal quale iniziare, nessun bordo da allineare per arrivare al centro. Alzò cautamente una chiave appoggiata su alcuni fogli sulla sinistra: le facciate erano ricoperte di schemi e appunti ma non ne capiva la logica, leggeva chiaramente le singole parole ma non ne ricostruiva il senso. Rimase con il braccio sollevato e una chiave in mano. La chiave, già, proprio quello di cui aveva bisogno, una chiave; e se non era una chiave di lettura, almeno era una chiave che avrebbe aperto qualcosa, qualsiasi cosa pur di fermare quel meccanismo che non riusciva a controllare.
Una chiave brunita tra le dita, se ne avesse avuto modo l'avrebbe chiamata con il suo nome tecnico: skeleton, una chiave semplice, elementare, realizzata in ferro scuro e costituita da un'impugnatura ad anello, un cannello sottile e una mappa con un singolo dente. Una chiave di questo tipo non avrebbe potuto offrire alcuna sicurezza, solo un piccolo deterrente, non poteva essere delegata a custodire segreti inenarrabili ma era pur sempre una chiave, qualcosa che avrebbe aperto qualcos'altro.
Ma una chiave che nasconda deve essere nascosta, nella tasca del legittimo proprietario o almeno lontana, altrimenti nulla sarebbe al sicuro. Una chiave così semplice per di più appoggiata così vicino alla serratura cosa poteva proteggere?
Appena sotto il bordo della scrivania un profilo rettangolare e scuro disegnava la faccia di un cassetto, una scanalatura ne sottolineava l'aspetto e al centro il piccolo buco della serratura, adatto proprio per quella chiave. Il meccanismo continuava a girare ma questa volta c'era un granello di sabbia, sottile e impalpabile che non faceva girare il tutto come aveva fatto fino a poco prima. Non che si fosse fermato, per carità, continuava imperterrito il suo moto ma ad ogni giro quello scricchiolio ricordava il granello di sabbia. Allineò la chiave con la serratura, la infilò fino in fondo e fece per girare quando si accorse che non era chiusa, l'unica funzione della chiave sembrava essere quella di un pomello senza il quale il cassetto sarebbe rimasto profilato nella faccia del legno.
La fattura della scrivania era evidentemente ottima perché le guide fecero scorrere il cassetto solo con un fruscio, nemmeno un fuori squadro, un intoppo, solo il fruscio del legno su legno. Si fermò con la chiave a due dita dal suo corpo, lasciando l'interno del cassetto metà alla luce della lampada e metà in un'ombra soffusa; all'interno ancora nulla di comprensibile qualche elastico, un mucchietto di fermagli da carta, un lucchetto chiuso con la sua chiave, un metro estensibile e un mazzetto di biglietti da visita. Scorrendoli uno a uno credette quasi di ripercorrere le giornate durante le quali erano stati ricevuti: qualche taxi, qualche ristorante, un ospedale, unico intruso un biglietto dell'autobus. Nessun segreto, nulla di sospettabile, tutte le serrature aperte. Un sospiro, quasi una valanga di ossigeno che riprese a scorrere nei bronchi fin dentro il più lontano alveolo.
La sua mano destra prese la decisione per la mente che non ci riusciva, arrivò all'interruttore, spense la lampada, si alzò rimettendo a posto la sedia. Fermò l'ingranaggio. Quei quattro passi fino alla porta, tanto difficili entrando, non lì considerò nemmeno, così come il buio non sembrò più schiuma. Accostò la porta fino a ricreare quella geometria che aveva calamitato la sua attenzione. Ora si trovava nuovamente nel soggiorno, la porta era alle sue spalle e quella stanza buia era nuovamente casa.
Il suo sguardo cadde sul tavolo, sistemò la sedia, prese la tazza di thé facendo attenzione a che non fosse rimasto l'alone del piattino sul legno.