
interno notte una sceneggiatura
«Giovanni! Che mese siamo...»
Senza attendere la risposta del marito, la signora dell'interno nove spostò il bicchiere sulla parete alla ricerca del punto d'ascolto ottimale. La sua vestaglia a fiorellini la mimetizzava sulla carta da parati e solo il grembiule finto tirolese con il calendario del 1979 rivelava la sagoma.
Giovanni, sprofondato nella vecchia poltrona dai braccioli lisi, continuò imperterrito a cambiare il colore della sua pelle con il telecomando. Con precisione al quarzo, cambiava canale ogni otto secondi, il suo pollice destro rimaneva sospeso per dieci, senza curarsi del programma in onda, e poi passava al canale successivo. Il risultato, nella penombra del soggiorno, era proiettato sul suo viso che di volta in volta passava dall'azzurro al verdino, talvolta al grigio, quando sullo schermo non c'era altro che rumore di fondo. L'audio era a zero.
«Giovanni! Mi vuoi dire in che mese siamo?» Riprese la moglie stizzita.
«Possibile che una volta che ti chiedo qualcosa non sei buono nemmeno a rispondermi?» Spostando la sedia accanto al frigorifero aveva trovato la postazione d'ascolto che cercava e da lì provava a capire. Oltre la parete, soffuso dall'intonaco, giungeva un rumore cadenzato che alla lontana e con abbondante fantasia, ricordava il frinire delle cicale. Erano trenta minuti che la signora origliava; aveva dimenticato anche la pentolina con le mele cotte, il vapore era passato dal bianco al grigio scuro, segno che ormai si stavano bruciando.
«Marzo...» La risposta arrivò distratta sulle immagini di una velina epilettica e muta.
«Ma che ci farà con tutte queste cicale in casa, a marzo poi... è mezz'ora che va avanti questa storia, domattina chiamerai l'amministratore. E vediamo se questa storia non finisce.»
«Giovanni! Le mele... e fai qualcosa, almeno dai un occhio alla cena.»
Oltre la porta d'ingresso, lungo il corridoio condominiale al piano, tre ruote andavano su e giù ostinate. La plastica contro legno contrapposti e ostinati: la plastica e il legno del solaio generavano un rumore cupo e continuo, come una palla da bowling indecisa tra i birilli e il giocatore. Il bambino pedalava caparbio e le pareti scorrevano a destra e sinistra fino a quando arrivava alla finestra in fondo; dopo un attimo, il tempo di girarsi, rimontava lungo il corridoio fino al ripostiglio. Simile ad un vapore, il rumore aveva il potere di scivolare sotto le porta d'ingresso dei singoli interni distribuendo equamente la sua presenza. Qualche volta il rumore si spegneva davanti a una porta, il bambino rimaneva qualche istante fermo in ascolto, scendeva e guardava nel buco della serratura. Una brava sentinella deve essere sempre attenta e pronta, controllare bene lungo il percorso, non farsi sfuggire nulla e soprattutto non farsi distrarre.
«Gino è pronta la cena!» La voce di sua madre arrivava lontana dal piano di sotto. La mamma non capiva l'importanza di una sentinella e chiamava sempre per qualcosa, solo per distrarlo. Il suo turno non era ancora finito e doveva controllare altre due porte.
Chiusa nel suo appartamento all'interno sette, aveva sperato in una parentesi di silenzio; e invece quel rumore continuava a scorrere fuori dalla porta, strisciava sul tappeto dell'ingresso fino ad entrare in bagno. Proprio dove era lei, nuda, seduta nella vasca; solo i suoi vestiti ricordavano il percorso che aveva seguito per arrivare lì. Seduta nella vasca avrebbe voluto lavarsi; stava cercando di allontanare quella sensazione spiacevole. No “spiacevole” non era abbastanza, era proprio disgustosa e il solo ricordo le stringeva la bocca dello stomaco. Lei non aveva il diritto di farlo e invece l'aveva fatto, lasciandola sporca. L'acqua calda, alla lunga, avrebbe lavato via quello stato. Ma non aveva aperto il rubinetto, dettaglio non trascurabile.
Ora stava un po' meglio, anche senza doccia stava meglio; stava riprendendo il controllo delle sue emozioni. Era già infastidita dal rumore nel corridoio, ora ci si metteva anche la lampada indecisa tra luce e buio: quando l'aveva cambiata l'ultima volta? Tre settimane fa? No, di più perché l'aveva aiutata Sergio e lui se n'era andato a fine febbraio; forse poco più di due... Ma quanto dura una lampadina? Le veniva da ridere a pensare se stessa nuda nella vasca asciutta e quella specie di luce stroboscopica sulla testa, cosa stava facendo. Tutta questa malinconia sprecata per un'idiota?
Ne valeva la pena? No, non poteva valerne la pena, la sua pena soprattutto. Le dita avvolsero il rubinetto e l'acqua iniziò a scorrere sui suoi piedi.
Il primo caldo del giorno aveva mollato; nella sera, al suo posto, si era insediata l'umidità. Non erano in campagna, ma quel poco verde che la periferia concedeva, faceva salire un vapore tenue che si condensavano sui pannelli della pensilina alla fermata del 4L. In barba all'orario affisso, l'autobus non si vedeva; il rettilineo dava una visibilità ampia, nonostante questo, in lontananza non c'era nulla di mobile se non il buio liquido e lui non poteva che attendere.
In verità un sistema collaudato era accendere una sigaretta: appena dava la prima tirata, il tempo di altre due e lo vedeva arrivare, alla quarta le porte si aprivano e ogni volta rimaneva un istante col dubbio se spegnerla o gettarla dimenticandola. Sospendere o tagliare, il dilemma della sua vita; riaccendere una sigaretta spenta aveva il disgustoso inconveniente della prima boccata, molto simile all'alito di un portacenere freddo; buttarla voleva dire non sapere mai come sarebbe stata l'ultima tirata.
Tirò fuori dalla tasca il pacchetto spiegazzato di Camel e ne fece uscire una, due colpetti sul filtro -non serviva a nulla ma le abitudini non devono avere per forza validi motivi- e la infilò tra le labbra. Cercò gli svedesi nella tasca destra, l'ultimo dormiva nella scatoletta, e accese: prima tirata. Confortato nell'aver fatto il possibile prese a risalire con lo sguardo lungo la grondaia della palazzina di fronte. La facciata era scura, solo a destra il lampione dava un cono di luce evanescente alla parte bassa. Al primo piano la sua attenzione venne attratta dal riquadro di una finestra; la luce tenue cambiava tono con una curiosa regolarità: azzurrino, verde, grigio, azzurrino, verde, grigio. Espirò il fumo spostando lo sguardo a destra. Seconda tirata.
La finestra era socchiusa, una luce arrivava incerta e di rimbalzo, probabilmente da un'altra stanza. Nel silenzio della sera immaginava rumori di stoviglie e televisioni in sottofondo; fino ad allora invece aveva notato solo colori e un lontano scroscio d'acqua. Terza tirata e l'autobus non si vedeva; le magie non sono sempre esatte, spesso forse, ma non sempre.