
prima in giù tutte le altre in su
Prima in giù e tutte le altre in su, a sinistra; così funzionano le marce nelle moto normali; in tutte le moto ragionevoli funziona così tranne che nella Moto Morini dove l’ingegnere burlone ha spostato la pedalina a destra, la prima in su, poi il folle, e tutte le altre in giù. Non importa la cilindrata perché il motore è sempre quel solido bicilindrico da 125cc a salire che ha contribuito alla storia del motociclismo italiano.
Aprile, primavera, Abruzzo, ovviamente non in autostrada; c'è bisogno di alternanze di rettilinei e curve degne di questo nome, non le flessioni autostradali create violentando i paesaggi. La sensazione è quella, proprio quella del primo giro primaverile in moto fuori città, su strade che corrono noncuranti in mezzo alla campagna, indirizzate da filari di alberi o canali di raccolta. O che cercano da sole una direzione, un senso al loro essere.
L’ultimo tiro da una sigaretta ormai umida e brunita, tenuta con cautela tra indice e pollice, la sequenza del casco: infila, assesta, allaccia. La percezione della moto inclinata in sosta tra le gambe, la mano che infila la chiave, mezzo giro e poi manopola del gas e pulsante di avviamento. Quella vibrazione familiare sul corpo, un’occhiata a sinistra, il tallone che libera il cavalletto e poi frizione, prima in giù dicevamo, gas e via.
La lancetta del contagiri che sale da mille a duemila e cinque. Frizione, allenta il gas, due scatti in su, allenta la frizione e ancora gas. Di nuovo mille, mille e cinque, due, duemilacinquecento giri. Una sequenza armonica dalla prima alla sesta fino a raggiungere la velocità di crociera, non quella massima ma quella sicura e rilassante ideale per godersi il paesaggio.
Non ho bisogno di cuffiette nelle orecchie, gli ZZ Top stanno già suonando Gimme All Your Lovin' nella testa. Il ritmo calza perfetto con i giri, i cambi di marcia e di velocità; non so come faccia, ma la batteria di Frank Beard riesce sempre ad adattarsi all’andatura.
Un’occhiata allo stato generale: contagiri, contachilometri, qualche spia, gli specchietti retrovisori; e poi rimango lì ad ascoltare il motore tanto attentamente che potrei individuare ciascuna delle quattro fasi, la posizione di ognuna delle valvole. Aspirazione, alza una chiudi l’altra; compressione e scoppio, chiudi entrambe e poi la scintilla; scarico, chiudi una e alza l’altra. Il carburatore che attende la depressione per vaporizzare la benzina nell’aria aspirata; la valvola a farfalla che si inclina di quanto chiedi con la manopola. Ogni componente fa il suo al suo istante, in continuo, duemilacinquecento volte al minuto almeno tanto per iniziare.
Il rettilineo è lungo, passa per l’altopiano delle Cinque Miglia, tra marcite affiorate dalle pietre, alberi e montagne disegnate da una vegetazione bassa ad accompagnarti lungo la strada statale 17 da Roccaraso verso la costa. Lo so che questo tratto bellissimo non durerà in eterno, nessun tratto, per quanto splendido, esaltante, può durare in eterno. Direi che forse proprio per questo, proprio la sua bellezza sottende l’idea della fine: proprio perché è iniziato so già che sta per finire. Prima di quanto mi aspetti, ma sicuramente in tempo per potermelo godere tutto, fino all’arrivo a valle. Posso solo sperare che non finisca troppo presto. Intanto accelero, oltre quella tranquilla velocità di crociera.
Le montagne si avvicinano, stringono, i prati si affilano, la luce si adombra, il rettilineo cede un niente a sinistra e io non cedo di nulla. Centocinquanta orari, quattromilaottocento giri; il motore non urla ancora, soffia uniforme, non c’è nemmeno bisogno di piegare perché basta un grammo a sinistra per compensare quella non curva; raddrizzo e apro ancora fino a cinquemila, il tachimetro arriva placido a centosessanta, ancora un grammo a destra, accosto e mi riallineo sul rettilineo prima della galleria, subito dopo aver superato un pickup che pare procedere al rallentatore.
A questa velocità l’aria tiepida è già divenuta acqua, la sento scorrere fluida attorno a me. Il ventre nero della collina mi attende e so che sarà freddo. Mollo un niente il gas, la velocità scende fino a centoquaranta, centoventi. Sesta, quinta, giri che salgono, luce, buio, tepore, freddo dentro la giacca rinforzata. Un attimo solo di incertezza mentre gli occhi si abituano ai led dell’illuminazione, mentre il rombo del motore si amplifica contro le pareti in cemento armato. Ancora frizione, quinta, sesta, gas; la lancetta che torna a salire verso i quattromila, per raggiungere la luce in fondo al tunnel. Due lumini rossi e improvvisi, freccia a sinistra, filo a filo e sono passati. La luce è sempre più decisa, ora mi esplode negli occhi.
Ancora pochi metri e la strada piega a sinistra, ma stavolta non basta un grammo, scivolo poco all’interno, il telaio docile piega, la traiettoria cambia il giusto. Poi il rientro: peso al centro e ancora a destra per seguire la curva. Ancora un rettilineo e dieci chilometri orari in più.
La strada scende dritta e delicata, in fondo una curva che sembra più impegnativa: allargo, piego, peso interno curva, ancora un filo di gas per aumentare l’aderenza del nuovo Bridgestone BT016 pro 160/60 R17 ormai giunto a temperatura, ma la curva è più curva della mia attesa e devo scivolare ancor più all’interno. Due terzi di coscia sulla sella e il battistrada che inizia a perdere impercettibilmente, apro ancora, nuovi giri, nuovo assetto, nuovo equilibrio. Riadattamento continuo, è questo il principio.
E ancora un rettilineo, a destra guard rail, alberi e cespugli; a sinistra il muro grigio che cicatrizza il taglio sul fianco della montagna. Sono pieno di sole, di aria pulita, di velocità e di presente: quell’attimo di continua consapevolezza in equilibrio tra ciò che è passato e ciò che sta per accadere. Proprio come in moto, è dall’equilibrio che deriva il movimento. Un senso di pienezza e di felicità che passa dal cuore alle mani fino alla manopola del gas, chiamando ancora quel po’ di velocità in più, ancora un po’ di felicità. Seimiladuecento giri, quasi centottanta chilometri orari e la curva è lì in fondo. Le dita della mano destra in allerta reclamano il piede nell’esigenza della prossima frenata, non brusca certo, giusto quel tanto da impostare correttamente la curva. Ma sono felice; e poi come dice sempre il Rampa “non esiste una curva difficile, esiste un imbecille che non la sa prendere”. La stessa curva che si avvicina e l’imbecille non posso essere io, io che sono felice.
E poi devo ancora trovare lo scellerato che di proposito agisce al fine di ridurre la felicità. La felicità è un volàno, più ne hai, più te la godi, più ne vuoi. Io lo so che dovrei rallentare, o meglio, adesso dovrei proprio frenare, ma sono felice, pieno e immortale. Me la godo tutta questa felicità e la curva è lì davanti, sorniona o indifferente. Il mio angelo custode si mette le mani nei capelli, io sorrido e lo sento lamentarsi con un “no, un’altra volta...” mentre apro ancora un filo il gas, mentre sposto il peso a destra, interno curva, ma non basta, ancora un po’ di peso, ancora più all’interno. Ormai ho il ginocchio sinistro sul bordo della sella, quello destro cerca di non accarezzare l’asfalto. Il Bridgestone BT016 fa ciò che può, poverino, ma inizia a perdere.
Gli ZZ Top hanno smesso improvvisamente di suonare e mi guardano sorridendo, loro sanno.
Di frenare non se ne parla ovviamente, a questo punto sarebbe la catastrofe; la stessa alla quale vado incontro aprendo ancora l’acceleratore, sperando che quei duecento giri in più salvino per incanto la situazione. Ma tanto lo so come andrà a finire: orizzontale e sorridente, comunque felice. Eccolo quell’istante, quel momento, quel punto sottile in cui il magico equilibrio si spezza e la ruota saluta cordialmente la tenuta di strada. Già provato altre volte, riesco a sentirlo, lo conosco bene. Sono arrivato a quel punto e da adesso in poi potrò fare ben poco se non cercare di evitare il peggio.
Regola numero uno del motociclista: in scivolata o in caduta è bene che il pilota vada in direzione ostinata e contraria, per citare il genovese, alla moto. In questo caso mi ritengo un osservante ortodosso quindi lascio il manubrio nell’istante esatto in cui scivolo a terra. Lo so che tutto durerà meno di due, forse tre secondi, eppure ogni cosa, ogni azione sembra muoversi al rallentatore. Quello che è insopportabile è il rumore del metallo sull’asfalto, vedere al lato del campo visivo la motocicletta che prima scivola tra le scintille della testata e poi inizia a saltare fino a schiantarsi e riposare chissà dove, poi ne riparleremo. Anche io scivolo ma non fa male, ancora, dopo ci sarà da divertirsi. Scivolo veloce e tangente alla curva. Con i piedi uniti evito in tempo l’impatto con una pietra miliare, inizio a ruotare, finisce la strada, inizia l’erba, fresca, rallento, mi fermo delicato -si fa per dire- con la schiena contro un tronco. Polmoni svuotati dall’impatto. Andata e felice.
Regola numero due del motociclista: in caso di caduta, dopo, una volta fermi, mai muoversi di scatto. Respiro profondo e controllo dei danni. L’adrenalina è per l’organismo quello che il protossido d’azoto è per i motori a combustione interna: quella riserva brevissima ed estrema di energia, il quaranta percento in più necessario per un istante al momento opportuno. È vero che ti riempie e stabilizza, ma tacita il dolore; eppure anche il dolore ha un senso, ha una suo funzione che abbiamo preso l’abitudine di rimuovere. Il dolore ci indica dov’è il problema; più dolore più problema, più problema più attenzione. Ma noi non siamo interessati al problema, noi ci limitiamo a eliminare il dolore. 10 mg di ketorolac trometamina, aka Toradol, e passa il dolore, e nessun problema è mai esistito. Errore. Allo sportello delle “soluzioni semplici ma sbagliate” c’è una fila interminabile.
Sempre ligio all’ortodossia muovo pianissimo i muscoli delle gambe: destra a posto, sinistra anche, a parte la caviglia indolenzita. Ora le braccia, a posto; tronco, idem con il fianco destro che inizia a bruciare e la spalla che si lamenta. La testa, inutile parlarne tanto lei è felice e immortale.
Riavvolgo il nastro partendo da duecento metri prima della curva, da dove avrei dovuto iniziare a rallentare per entrare sotto i centoquaranta. L’angelo custode è in piedi accanto al tronco, sconsolato, mi guarda dall’alto in basso con l’occhio in modalità “te l’avevo detto”, io gli sorrido ebete, vivo e felice. Ha scelto un lavoro impegnativo, affari suoi.
Regola numero tre del motociclista: in caso di incidente è opportuno mantenere un equilibrio a compensazione tra il numero delle cadute e quello delle risalite. Io su questo punto cerco di non transigere ma stavolta me la godo fino in fondo e interpreto “risalita” come “possibilità di rialzarsi” quindi resto sdraiato qui dove mi sono fermato, accanto al tronco; l’angelo custode non c’è più, è in pausa cognac.
Dalla nuova e inconsueta posizione guardo le cime degli alberi e l’azzurro del cielo tra i rami. Nei polmoni mi arriva il profumo di terra smossa, gomma bruciata, resina e salsedine perché l’Adriatico è vicino. Forse è proprio questo il profumo della gioia, della felicità. Mentre assaporo tutto questo percepisco anche lei, la curva, che è lì esattamente dove era e dove sarà, comunque indifferente al mio fianco che inizia seriamente a urlare martoriato dal brecciolino. Esattamente come la felicità che inspiegabilmente continua a riempire i miei polmoni; di tutto questo, caduta compresa, accetto tutto oneri ed onori, perché anche la caduta fa parte del gioco, non posso e comunque non vorrei farne a meno.
Sembra tutto sotto controllo, più o meno. Slaccio il sottogola del casco, lo sfilo a fatica. Aria fresca, vera. La mano sul petto fa scorrere la chiusura del giaccone, si insinua cercando il conforto di una Camel nascosta nel pacchetto morbido e spiegazzato. La infilo delicatamente fra le labbra immaginando Daisuke Jigen e la falda ombrosa del suo cappello. Accendino, scintille e fiamma ostinatamente verticale, aspiro a fatica. La prima boccata è un misto di petrolio, tabacco e asfalto persistente che si somma alla felicità.
I barboni texani mi tornano a suonare in testa. Hanno chiuso con Gimme All Your Lovin' e sono passati a La Grange quasi confortati dall’esito della caduta.
Sembra strano a dirsi ma ora mi sento molto vicino all’estasi, addirittura potrei dire che ho cercato questo finale, l’ho intravisto dopo la galleria e l’ho inseguito, raggiunto in curva. Uno stato di vita piena tanto che, pur di alimentare questa gioia, sarei disposto a cadere un’altra volta, anche nello stesso modo, nella stessa o in un’altra curva.
La riguardo tra i fili d’erba, ormai è passata. Lei non si è accorta di nulla, non sono stato il primo ad affrontarla né sarò l’ultimo a schiantarsi. Ma sento di doverle gratitudine, o qualcosa di più, perché se ora gli alberi sono così verdi e il cielo così azzurro è anche grazie a lei; e allora, parafrasando ancora De André, mi dico che “...è stato meglio cadere/che non esserci mai incontrati”.